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NetBeans IDE… l’editor con una marcia in più

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NetBeans IDE
Oggi voglio parlarvi di NetBeans, un ambiente di sviluppo integrato (IDE) multilinguaggio, sviluppato da Oracle e sostenuto da migliaia di sviluppatori in tutto il mondo, che rilasciano periodicamente interessanti plugins e utili aggiornamenti.
Il programma è rilasciato sotto licenza GPLv2 o CDDL ed è disponibile per Windows, Linux (x86/x64) e Mac OS X. Poiché è scritto completamente in Java e supporta numerosi linguaggi (Java, PHP, HTML5, CSS3, C/C++ GROOVY, ecc…) necessita di Java 7 e JDK7 (al momento in cui scrivo la versione 7 è quella richiesta).
Vediamo come installarlo su una distro Linux. Io l’ho installato su Ubuntu. Per prima cosa assicuriamoci di avere Java e JDK installati.
Apriamo il terminale e digitiamo:
java -version
.

Se il terminale ci restituisce una cosa del tipo:
java version “1.7.0_15”
OpenJDK Runtime Environment… OpenJDK 64-Bit Server V…

non va bene, quindi disinstalliamo Open JDK con:
sudo apt-get purge openjdk-\*

e installiamo successivamente la versione giusta. (1) Aggiungiamo il repo:
sudo add-apt-repository ppa:webupd8team/java

(2)aggiorniamo i repo:
sudo apt-get update

 

(3)installiamo JDK7:
sudo apt-get install oracle-jdk7-installer

Una volta installata la versione proprietaria di JDK (ripeto: OpenJDK non va bene), passiamo al download sul sito ufficiale di NetBeans. Selezioniamo il sistema operativo (Linux) e clicchiamo sul download che preferiamo (vedi immagine) in base alle nostre esigenze. Io uso l’IDE quasi esclusivamente per HTML, CSS e PHP, ma l’ho scaricato comunque completo (mi pare siano circa 600 mb ad installazione terminata).

Download NetBeans

Terminato il download ci ritroveremo con il file netbeans-8-0-linux.sh nella cartella che abbiamo indicato per il download. Adesso non ci resta che effettuare l’installazione.
Ancora dal terminale, spostiamoci nella cartella di download e digitiamo:
sudo sh netbeans-8-0-linux.sh

Partirà il processo di installazione, abbastanza rapido (a meno che non abbiate installato la vostra distro su un pc Savoia-Marchetti) che vi chiederà le solite conferme (contratto d’uso, cartelle di destinazione, ecc…). Al termine dell’installazione avrete NetBeans installato sul vostro pc.
Cercatelo nella Dash e avviatelo.
A mio parere sono due i punti di forza di questo ambiente di sviluppo: i suggerimenti nella digitazione (autocomplete) e la spiegazione live della sintassi. In realtà ce ne sarebbe anche una terza: la possibilità di personalizzare l’interfaccia con i colori che più ci piacciono, col font che più amiamo, ecc…
Per farlo, andate in TOOLS—>OPTION e vi si aprirà un mondo.
Altro aspetto interessante di questo IDE è che possiede una grande quantità di plugins installabili direttamente dalla sua interfaccia. Basta andare su TOOLS—>PLUGINS.

Non ha difetti questo NetBeans?

L’unica pecca di questo editor è che per girare richiede una discreta quantità di ram (intorno ai 500mb, dipende da come lo state utilizzando), ma con i moderni computer, che di solito abbondano di gb di ram inutilizzata, non dovrebbe essere un grosso problema.

In conclusione, credo che NetBeans sia un IDE davvero utile e indispensabile per tutti i programmatori. A mio avviso è un passo avanti rispetto a Notepad++ (comunque eccezionale) in ambiente Windows e almeno due passi avanti rispetto agli editor che di solito si usano sulle distro Linux. Ovviamente il mio è un giudizio molto personale. Per la cronaca, su Linux utilizzo Bluefish e Geany. Anzi, utilizzavo.
Voi che ne pensate? Quale è il vostro ambiente di sviluppo preferito?

 


Linux: proviamo a sfatare qualche mito?

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Quando si parla di Linux, raramente ci si prende. Soprattutto perché quelli che si riempiono maggiormente la bocca per dargli fiato alla fine viene fuori che Linux non lo hanno mai usato. Però, siccome va tanto di moda il tuttologo-saccente-fancazzista, tutti quelli che per sbaglio posseggono un computer, almeno una volta nella vita si sentono in obbligo di ciarlare su un argomento che non conoscono: il mondo GNU-Linux, appunto. Potrei riportare una infinità di stralci di botta e risposta rubacchiati da forum, chat e blog dove gli utenti si lanciano in epiche supercazzole da Guerra Santa, osannando qualsiasi altro sistema operativo a scapito del Pinguino. Personalmente mi sono sempre astenuto dal partecipare a queste santissime crociate, anche perché la mia filosofia di vita prevede, tra le altre cose il vivi e lascia morire.  E poi sono conscio che non esiste un sistema operativo migliore di un altro. Almeno non in modo assoluto. Esempio: i supercomputer. Queste sono macchine molto potenti che vengono usate in ambito di ricerca e sviluppo, capaci di gestire enormi quantità di dati e di sviluppare potenze di calcolo incredibili. Per intenderci, il più potente, il Tianhe-1A, costruito in Cina al National Supercomputer Center, è in grado di processare oltre 2.500 milioni di miliardi di operazioni in virgola mobile al secondo. La maggior parte di queste macchine funziona grazie ad un sistema operativo basato su Linux (oltre il 90% dei supercomputer attualmente).
L’immagine qui sotto riassume la situazione.

Linux e Supercomputers

Uno dei motivi che hanno spinto gli sviluppatori a preferire Linux (sue varianti, in effetti) ad altri sistemi operativi è che 1)è gratis, 2)è estremamente versatile e personalizzabile e 3)è supportato da una vastissima comunità online che contribuisce, giorno dopo giorno, a migliorarlo e renderlo sempre più performante. Ora, a conti fatti, potrei anche dire che il miglior sistema operativo al mondo sia Linux. Però non è così. Ad esempio, se fossi un videogiocatore, sicuramente una distro GNU-Linux non sarebbe la scelta più corretta (anche se il Pinguino si sta attrezzando alla grande, c’è ancora bisogno di tempo) e sarebbe più ragionevole scegliere Windows. Se invece volessi dedicarmi alla grafica 3D, sarebbe una scelta sensata (dipende dal conto in banca) orientarmi verso un Mac con Os X, visto che in casa Apple riescono a sfruttare magnificamente le schede grafiche (i driver sono più che efficienti).
Quindi, lasciamo stare le Guerre Sante e passiamo ad aspetti più concreti. Sfatiamo qualche mito su Linux.

 

Per usare Linux devi essere uno smanettone e conoscere 115 linguaggi di programmazione.

Manco per niente. Esistono distribuzioni GNU-Linux (quasi tutte, quelle desktop?) talmente semplici e intuitive da essere considerate i Sistemi Operativi più user-friendly in assoluto.

Linux non gira sui computer nuovi e non riconosce le periferiche.

Manco per niente. Il computer che sto usando adesso e che utilizza Ubuntu 13.10 con desktop Environment Gnome 3.8 ha questa configurazione: Scheda madre Asus P8z77-v LX2, Processore Intel® Core™ i5-2500 CPU @ 3.30GHz × 4, Scheda grafica GeForce GTX 550 Ti/PCIe/SSE2, Ram 8 Giga, Hard Disk 1 terabyte. Insomma, non proprio un pezzo da museo, che dite? E la cosa incredibile è che Ubuntu riconosce tutto. Non ho dovuto installare nemmeno la stampante (non di primo pelo) una Canon Pixma MP495. L’ho collegata e ha fatto tutto da solo, pensa un po’.

Linux è brutto, vuoi mettere il Mac con le icone bla, bla, bla…

Sapete cosa è un ambiente desktop? È l’interfaccia grafica che vi permette di usare il vostro S.O. senza dover scrivere righe di codice. A seguire un po’ di link ai siti dei progetti delle interfacce più famose che è possibile installare su una distribuzione GNU-Linux. Occhio, che alcune sono proprio brutte, eh…

Cinnamon

Gnome 3

KDE

Lxde

Mate

Sugar

Unity

Xfce

Anche un po’ di immagini random…

Gnome3

Gnome 3

Cinnamon

Cinnamon

Mate

Mate

Unity

Unity

 

E il video di un utente youtube che mostra alcune preview di distro, dove potrete vedere i desktop environment in questione.

Su Linux non c’è software professionale.

Qui si apre un mondo. Parliamo di migliaia di software per ogni esigenza. Parliamo di software più che professionale. Parliamo di programmi che molti usano anche su Windows e Mac e ignorano che la loro origine è il Pinguino. Ora potrei fare qualche nome, ma ce ne sono veramente tanti. L’aspetto più interessante è che la maggior parte delle distribuzioni GNU-Linux incorporano degli Store (tipo il Paly di Google o iTunes della Apple, per capirci) nei quali è possibile andare a recuperare questo software (la stragrande maggioranza è gratis… gratis legale, niente crack o diavolerie simili), senza essere costretti a fare lunghe ricerche online. Per installare un programma bastano pochissimi click (uno o due) e lo stesso per rimuoverlo dal vostro sistema. LibreOffice, Gimp, Thunderbird, Inkscape, Xbmc, Brasero, per fare qualche nome. Ovviamente si potranno installare anche i software più mainstream: Skype, Emule, Dropbox, Firefox, Chrome, Vlc, Steam… insomma: le possibilità sono davvero tante.

Con Linux non puoi giocare.

Fino a qualche tempo fa era così, ma adesso la scena sta cambiando. Da quando Steam ha aperto al mondo GNU-Linux sono stati fatti passi da giganti. È stato realizzato il porting di tantissimi giochi e molti vengono programmati nativamente anche sul Pinguino. Molti pensano che le distro GNU-Linux non siano adatte per i videogame a causa di limiti di sistema; la realtà è che prima pochissime software house decidevano di investire tempo e risorse per creare giochi compatibili con Linux e per questo se ne trovavano pochi in giro. Ma adesso non è più così. Fatevi un giro su Steam e capirete di cosa parlo.

In conclusione, Linux è un ottimo sistema operativo (in realtà Linux è solo il Kernel e sarebbe più giusto parlare di S.O. basato sul Kernel Linux, ma concedetemi la licenza discorsiva che forza la nomenclatura), funzionale e performante. Se decidete di non usarlo, fatelo perché non si sposa con le vostre necessità (legittimo) e non perché qualcuno che non lo ha mai provato vi ha detto che è brutto.

 

 

 

 

 


Nginx nel main repository di Ubuntu 14.04

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Nginx

Quando ad aprile prossimo la Capra Affidabile (Trusty Thar) farà il suo ingresso trionfale sui nostri pc, potremo godere della presenza del web server Nginx in tutto il uso splendore nel repository principale di Ubuntu. Finalmente Canonical si è decisa a dare supporto ufficiale a questo magnifico e potente server, ormai largamente diffuso (nel 2011 è stato il terzo server più utilizzato in tutti i domini).
I dati degli ultimissimi anni mettono in discussione l’egemonia, che pareva ormai consolidata, dei web server Apache e Microsoft IIS. Nella classifica dei più utilizzati, infatti Nginx sta un passo dietro ad Apache, che comunque perde posizioni.
Nginx è stato sviluppato da un programmatore russo, Igor Sysoev,  nel 2002. Già nel 2008 era usato sul portale Rambler, per il quale serviva oltre 500 milioni di richieste al giorno. I punti di forza di Nginx sono l’estrema velocità, i consumi di sistema ridotti e l’alta capacità nell’integrarsi con diverse applicazioni.

Adesso, col rilascio di Ubuntu 14.04 sarà possibile installare Nginx sulla nostra distro preferita ed avere la certezza che i pacchetti saranno sempre mantenuti.
Sicuramente un gran passo avanti.

Stay tuned, Stay Ubuntu!


Ubuntu 13.10 è tra noi

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Ubuntu_13_10

Poche ore fa Canonical ha finalmente rilasciato la versione 13.10 di Ubuntu, nome in codice: Saucy Salamander.
Questa ultima versione porta con sé molte novità interessanti, soprattutto per quanto riguarda il mondo touch screen. Infatti Saucy Salamander sarà equipaggiata con Ubuntu Touch 1.0, indispensabile corredo per installare il nostro sistema operativo preferito su Tablet e Smartphone.
Tra le molte novità ci sono da segnalare l’upgrade dell’interfaccia grafica Unity alla versione 7 e delle Ubuntu Scope, che permetteranno di effettuare ricerche sia online (Amazon, Wikipedia, eBay, Google News, ecc…) che in locale direttamente dalla Dash di Unity.
Il nuovo server grafico Mir, sviluppato interamente da Canonical, va a sostituire Xorg, ma il supporto per le schede grafiche non compatibili sarà comunque assicurato da X Mir.
Con il rilascio di Saucy Salamander, Canonical cambia anche la sua politica del supporto delle versioni non LTS, che passa dai classici 18 mesi a 9.
Altra novità nella politica di distribuzione della distro è quella di introdurre la versione 64 bit come predefinita per il download (la 32 bisogna selezionarla, mentre prima accadeva il contrario).

Nel video ufficiale è possibile ammirare una panoramica veloce delle novità, sia in ambiente desktop che touch.

Se non volete perdere tempo, potete effettuare subito il download della versione 13.10 di Ubuntu, mentre, se vi serve qualche chiarimento ulteriore, potete sempre provare un tour guidato che vi introdurrà a tutte le novità della distro.

Qui invece un video (in lingua inglese) di qualche mese fa, dove Mark Shuttleworth presentava per la prima volta Ubuntu Touch.

Insomma, le novità sono tante… ora non rimane che sperimentarle: desktop, mobile, server e cloud. Vi serve altro?


Win xp sta per salutarci

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Win_elapsed

Come si legge dal sito della Microsoft, il supporto per Windows xp (glorioso xp, mi viene da dire) sta per giungere al capolinea. Se ancora siete di quegli utenti che non demordono (io lo uso ancora sul secondo pc), sappiate che tra pochi mesi, esattamente l’8 di aprile, il colosso fondato da Bill Gates cesserà di rilasciare aggiornamenti e upgrade per il vostro sistema operativo preferito. Che significa? Significa che sarete costretti a passare a Windows 7 o 8, come preferite.
Personalmente installerò Windows 7: possiedo troppi giochi compatibili solo con windows per rimanere senza s.o. Microsoft. Nerd Power Inside.
Al di là della mia inclinazione per Linux, devo riconoscere che win xp è stato un ottimo sistema operativo, pur con tutti i limiti di un sistema proprietario. Ottima stabilità, grande compatibilità con tutti i giochi e discreta facilità d’uso (anche se occorre un po’ di pratica e non possiede l’usabilità di molte distro Linux ).

Se poi vi va di fare un salto della fede, allora direi che potete passare a Linux e non avrete più di questi problemi, visto che, anche se scade il supporto per una versione specifica della vostra distro, potrete sempre aggiornare alla successiva senza troppi sbattimenti e senza perdere i vostri dati sul pc.

Le alternative ci sono: organizzatevi.


Convertire in MP3 i vostri video di Youtube

In Internet, Tutorial || il

Da youtube a mp3

Avete mai pensato che sarebbe bello poter scaricare sul vostro computer la traccia audio di un video visto su Youtube ed ascoltarlo liberamente sul vostro lettore mp3 preferito ogni volta che ne avete voglia? Se la risposta a questa domanda è un sì, allora potrebbe interessarvi quello che sto per spiegarvi qualche riga più in basso.

Cominciamo col dire, è doveroso, che la maggior parte dei video presenti su youtube violano in tutto e per tutto i diritti di copyright dei legali detentori. Al di fuori dei canali ufficiali, che hanno tutte le carte in regola per condividere materiale audiovisivo come film, video, trailer, videoclip e quant’altro, i canali degli utenti privati non possiedono invece alcun diritto per distribuire questo film o quel video musicale (a meno che, ovviamente, non ne siano i creatori o non ne detengano legalmente i diritti, ovvio). Possiamo affermare, con una certa tranquillità, che su youtube quasi tutto si muove sul filo dell’illegalità, anche se spesso finisce che le Major ci mettano una pezza, almeno laddove fiutino la possibilità di un guadagno. Come è successo, ad esempio, per il video amatoriale JK Wedding Entrance Dance, che ha ottenuto oltre 80 milioni di visualizzazioni. Il brano che fa da colonna sonora al video si intitola Forever ed è di Chris Brown. A causa del successo strepitoso del video, il personale di youtube che si occupa della verifica dei contenuti e gli incaricati della Sony, l’etichetta discografica di Chris Brown, hanno pensato che rimuovere semplicemente il video per violazione di copyright sarebbe stato un autogol a livello economico, visto che con tutti quei click il video poteva generare discreti guadagni. Con quale sistema, vi state chiedendo? Facile, inserendo pubblicità prima del video. Con questo giochetto, la Sony si mette in tasca 1 dollaro ogni 1000 visualizzazioni. Se la matematica non è una opinione, la casa discografica di Chris Brown si è messa in tasca più o meno 80 mila dollari. Senza fare niente.

Tutto questo preambolo, per dirvi che convertire in mp3 i video di youtube non è proprio legale al 100%, per tutta una serie di validi motivi. Detto questo, ognuno saprà fare buon uso dei consigli squisitamente tecnici proposti in questa pagina.

Come converto in mp3 un video di youtube?

 

Benché esistano diversi metodi, il mio preferito è quello più semplice e immediato: affidarsi ad un servizio online. Come quello offerto dal sito http://www.youtube-mp3.org/it.

Vediamo come funziona. Sulla home page del sito trovate tutte le istruzioni del caso, ma in linea di massima è sufficiente copiare e incollare la url del video di youtube nel form di elaborazione e cliccare sul tasto Converti il video.

Convertitore da youtube a mp3

Dopo qualche secondo, otterrete il link per scaricare sul vostro dispositivo (pc, tablet, smartphone) il file in mp3, convertito in alta qualità con una velocità di trasmissione di almeno 128 kBit/s.

Convertitore da youtube a mp3

Facile, no? E voi siete riusciti a convertire i vostri video?

 

 


Realizziamo icone sociali con effetti css3

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Icone Social Network

In questo articolo vedremo come realizzare un set di icone sociali animate da inserire nelle nostre pagine web.

Ho mantenuto il codice il più semplice possibile, così da poter essere modificato anche da chi non ha molta dimestichezza con css e html.

Per prima cosa dobbiamo procurarci delle icone sociali adatte. Io ho utilizzato quelle create da Elmastudio, che potete scaricare direttamente dal loro sito.

Adesso passiamo al codice. Cominciamo con l’html.
Do per scontato che vogliate inserire lo snippet all’interno di una pagina già creata, quindi mi limiterò ad indicare il codice che si riferisce esclusivamente al nostro esempio.

	<div class="social">
			<div class="icon"><a href="#<!-- sostituisci il simbolo # con l'indirizzo completo della tua pagina -->"><img src="img/facebook.png" alt="Facebook"></a></div>
			<div class="icon"><a href="#"><img src="img/twitter.png" alt="Twitter"></a></div>
			<div class="icon"><a href="#"><img src="img/flickr.png" alt="Flickr"></a></div>
			<div class="icon"><a href="#"><img src="img/digg.png" alt="Digg"></a></div>			
	</div>

Come potete vedere è abbastanza semplice, ma lo commento ugualmente per i meno esperti:

<div class=social”> è il contenitore nel quale saranno inserite le icone sociali. In teoria potreste anche farne a meno, ma potrebbe tornare utile in caso abbiate bisogno di formattare in maniera particolare il box con le icone, inserendo per esempio un bordo o uno sfondo colorato.

<div class=”icon”> è il contenitore delle icone sociali. Ne dovrete inserire tanti quante sono le icone che volete usare.

 

<a href=”qui il link alla pagina facebook o twitter, ecc…”> È il tag che indica al browser dove dovrà puntare il link.

<img src=”img/facebook.png” alt”Facebook”> È il tag che carica l’immagine con l’icona. In questo caso l’immagine si trova all’interno di una cartella che ho chiamato “img” ed è un file di tipo png.

Passiamo adesso alla parte che riguarda i css. Il codice che segue può essere inserito in uno specifico file esterno oppure incorporato direttamente nella pagina web attraverso le dovute tecniche.

.icon{
		margin-right:5px;
		width:60px;
		height:60px;
		float:left;
		transition:width 2s, height 2s;
		-webkit-transition:width 2s, height 2s,
		-webkit-transform 2s; /* Safari */
		opacity:0.7;
		-moz-transition:width 2s, height 2s,
		-moz-transform 2s; /* Firefox*/

		filter:alpha(opacity=70); /* For IE8 and earlier */
		}

.icon:hover{
				transform:rotate(360deg);
				-webkit-transform:rotate(360deg);   /* Safari */
                -moz-transform:rotate(360deg);			/* Firefox*/	
				opacity:1.0;
				filter:alpha(opacity=100); /* For IE8 and earlier */}

Vediamo cosa significa, cominciando dalla classe icon.

margin-right:5px; Distanzia di 5 pixel a destra tutti gli elementi, per evitare che stiano troppo appiccicati.

width:60px; height:60px; Imposta altezza e larghezza dei contenitori delle icone sociali.

float:left; Affianca tutte le icone, di default il browser le visualizzerebbe una sotto l’altra.

transition:width 2s, height 2s; -webkit-transition:width 2s, height 2s, -webkit-transform 2s; Al passaggio del mouse le icone ruoteranno di 360°, questa regola css stabilisce quanto dovrà durare l’effetto, in questo caso due secondi. La regola con webkit serve al browser Safari che altrimenti la ignorerebbe, mentre quella moz serve per Firefox.

opacity:0.7; filter:alpha(opacity=70); Questo abbassa al 70% l’opacità delle icone, rendendole leggermente più chiare. La regola è ripetuta due volte perché Internet Explorer 8 e precedenti ignorerebbero la prima.

Adesso vediamo la classe icon:hover.

transform:rotate(360deg); Questa è la regola che indica che tipo di effetto verrà visualizzato al passaggio del mouse (hover). Anche qui la regola si ripete con webkit per lo stesso motivo spiegato sopra.

 opacity:1.0; filter:alpha(opacity=100); Riportiamo l’opacità a zero, in modo che al passaggio del mouse le icone sociali risultino più scure.


Qui troverete un esempio di quello che abbiamo fatto.

 

Se volessi inserire le icone sociali nella mia template wordpress?

Niente di più semplice. Vi basterà aggiungere il Widget Testo e fare un copia/incolla di tutto il codice, ricordando di inserire lo snippet css all’interno dei tag <style> e </style>. Per le immagini vi conviene archiviarle con qualche servizio cloud tipo Mejuba e segnarvi il link diretto. A quel punto nel tag <img src> inserirete direttamente il link all’immagine e il gioco è fatto.

Abbiamo finito. Fatemi sapere se questo articolo vi è stato utile e se avete inserito anche voi le icone sociali nel vostro sito.


Linux 3.11, il Kernel fa il verso a Windows

In Distro News, Internet, linux || il

Linux3.11 Workgroups
La nuova versione del Kernel Linux, la 3.11, verrà rilasciata nella versione stable prima della fine dell’estate e porterà con sé diversi miglioramenti. Accanto alle innumerevoli patch rilasciate da AMD (volte a ottimizzare il supporto per CPU e Schede Grafiche,  per Dynamic Power, per Active State Power Management, accelerazione OpenGL e 3D e il risparmio energetico) la nuova release porterà miglioramenti nel supporto Wireless e per Intel Rapid Start Technology (tecnologia attraverso la quale si potrà avviare il sistema operativo da una sospensione in meno di 6 secondi), ottimizzazione per i server basati su architettura ARM e tante altre novità anche in ambito Mobile.

Il nome di questa versione sarà Linux for Workgroups, volutamente ricalcato su quello del famoso Windows 3.11. Anche la mascotte Tux avrà per l’occasione un accessorio davvero originale, come potete vedere in foto.

Tux e la Windows Flag

Quando potrò avere il Kernel Linux 3.11 sulla mia distro?

 

Le nuove versioni 13.10 di Ubuntu e la 20 di Fedora avranno di default il nuovo Kernel.

Linus Torvalds ci ha abituati ai nomi stravaganti per le release del suo Kernel (Holy Dancing Manatees, Batman!, Funky Weasel is Jiggy wit it, Pink Farting Weasel, Unicycling Gorilla, Homicidal Dwarf Hamster e tanti altrie anche con questa ultima non ha voluto mancare la tradizione. Tanto più che qualche anno fa, durante una discussione sui nomi delle versioni del kernel, aveva annunciato: “I think I will call it 3.11 Linux for Workgroups.”
È stato decisamente di parola.

Adesso non resta che vedere in azione il nuovo Kernel, che promette comunque scintille, con la speranza che abbia lo stesso successo che all’epoca ebbe Windows 3.11, col quale Gates e collaboratori riuscirono a ritagliarsi un buona fetta di mercato, strappando utenti ai colossi Apple e Commodore.

 


Cyberblood, di Marco Mancinelli

In Scrivere || il

cyberblood

Erano anni che non si sentiva così male. Come se qualcosa dentro di lui stesse andando in pezzi. Rimase così fino all’alba, stordito dall’alcol e con la mente paralizzata dai ricordi recenti. Poi si addormentò. Sarebbe potuto morire e avrebbe fatto lo stesso, pensò prima di cedere all’oblio…

Cyberblood è il mio primo romanzo. Questo libro non è un esercizio di stile e nemmeno una esternazione delle mie vanità. Mi piace pensare di non averlo scritto per lasciare un messaggio all’umanità e  neanche per mettere a nudo un pezzetto di me. In effetti la stesura di questo romanzo nasconde una verità ben più modesta: avevo una buona storia.
Ora, avere soltanto una storia da raccontare potrà sembrarvi un motivo banale e anche un po’ pretenzioso per decidere di impegnarsi nella stesura di un libro, ma vi assicuro che, al netto di tutte le stronzate che qualsiasi scrittore di romanzi potrà rifilarvi, la motivazione finale è sempre la stessa per tutti: la storia.
Poi, potrà anche capitare che, ficcate qua e là, magari anche senza rendersene conto, l’autore riesca ad infilare un paio di frasette ad effetto, di quelle che sono in grado di spalancare le finestre sull’immenso paesaggio della vita e che il lettore, mezzo secondo dopo averle lette, si precipita a condividere su facebook, accompagnate da qualche immaginetta New Age del cazzo (cit. Santa Maradona).

Detto questo, mi sento in dovere di tranquillizzarvi: Cyberblood non vi farà correre al computer, smaniosi di condividere con i vostri amici chissà quale verità sul significato nascosto della vita.
Spero invece, perché questa è l’intenzione, che il mio libro riesca a farvi trascorrere qualche ora piacevole, magari mentre siete sotto l’ombrellone in spiaggia, impegnati a non ustionarvi, oppure mentre attendete il vostro turno nella sala d’attesa di un qualsiasi ufficio pubblico, alzando gli occhi al display ogni volta che viene chiamato un numero.

Cyberblood racconta la storia di una caccia all’uomo, condotta da personaggi un po’ fuori dagli schemi e dai quali nessuno si aspetterebbe niente di buono. È ambientato a Roma, almeno per la maggior parte dei capitoli. Non vi anticipo altro, ma, se vi va una buona storia, procuratevi il libro… potrebbe anche piacervi.

Cyberblood è acquistabile su questi siti (e non solo) in formato cartaceo:

lafeltrinelli

miolibro

Se non siete amanti degli acquisti online, potete recarvi in una qualsiasi Feltrinelli della vostra città e comprarlo direttamente al negozio, risparmiando qualcosina (non ci sono costi di spedizione). Più probabilmente, è facile che dobbiate ordinarlo, ma in pochi giorni dovrebbero averlo a disposizione.

Se invece vi sentite giovani e al passo con i tempi, potete anche acquistare l’ebook di Cyberblood. Non vi linko gli store, perché saranno attivi solo all’inizio di agosto, causa tempistiche legate alla distribuzione. Comunque poi Lo troverete su questi portali senza problemi:
Amazon, Apple, Bookrepublic, Deastore, Ebookizzati, i Love books, Ibs, LaFeltrinelli.it, Libreria Rizzoli, Libreria San Paolo, Mediaworld, Okbook, Read-me, Hoepli Store, Kobo, Ultima Books, Webster, Unilibro…

ebook cyberblood

Mentre voi acquistate Cyberblood, io sto per terminare il secondo romanzo… quindi spicciatevi a leggerlo che poi si accumulano…

 

Tutti i marchi riprodotti e/o citati su questa pagina, appartengono ai rispettivi detentori del copyright

Grazie a http://www.doublejdesign.co.uk/ per le immagini

 

 


Saturno in opposizione

In Stelle e Universo || il

Saturno è sicuramente uno tra i più affascinanti corpi celesti del nostro sistema solare. Il gigante gassoso si presenta infatti, ad occhio nudo, con una luminosità di poco inferiore a quella di Giove. Ma con un buon telescopio… la storia cambia. Se non avete mai ammirato i suoi famosi anelli attraverso l’oculare di un telescopio… forse vi siete persi qualcosa di bello. Altrettanto bello è ammirare i suoi numerosi satelliti, che sono una sessantina in tutto, dai nomi stravaganti e mitologici: Mundilfari, Encelado, Teti, Thrymr, Bebhionn e molti altri. Alla fine del mese, più precisamente dal 28, sarà possibile osservare Saturno nella migliore delle condizioni possibili, infatti il pianeta si troverà all’opposizione, che lo renderà visibile per tutta la notte. Quando un corpo celeste si trova all’opposizione, significa che dista (in questo caso dal Sole, che lo renderebbe invisibile ai nostri occhi per ovvi motivi) di un angolo di 180° o di 12 ore in ascensione retta, rispetto alla Terra. Per essere più chiaro, allego una immagine.

Opposizione - Sole, Terra, Saturno

Al tramonto del Sole, guardano nella direzione opposta (quindi ad Est, visto che la nostra stella tramonta ad ovest) si vedrà comparire un puntino luminoso giallo, quello è Saturno. Lo si troverà facilmente tra la costellazione della Bilancia e quella della Vergine e sarà visibile per tutta la notte fino all’alba.

Saturno vicino la Bilancia

Quindi armatevi degli giusti strumenti e preparatevi a delle scene mozzafiato… i più pignoli potranno anche provare a contare tutti i satelliti, se ci riescono…!

 


LibreOffice, produttività personale free

In Internet || il

LibreOffice
Chi viene dal mondo Windows conoscerà per certo Microsoft Office (quel programma che vi danno in prova per qualche settimana, quando acquistate un pc, che i più non usano mai, ma che tutti si sentono in dovere di crackare). Gli utenti più all’avanguardia avranno familiarità anche con OpenOffice, salito alla ribalta negli ultimi anni, soprattutto grazie al fatto che è gratis, multipiattaforma e non c’è neanche bisogno di crackarlo per poterlo utilizzare (o non utilizzare). Penso però che solo gli utenti GNU-Linux e pochi altri veramente attenti e interessati al mondo Free e Open Source, abbiano fatto la conoscenza di un altro programma, nato dal cuore di OpenOffice, che si sta imponendo alla grande, tanto da essere diventato la suite di produttività personale di default in distribuzioni come Ubuntu, Fedora e Linux Mint: sto parlando di LibreOffice. Vediamo di cosa si tratta…

LibreOffice nasce come fork di OpenOffice, è scritto in linguaggio C++ e Java, è tradotto in circa 30 lingue e gira su Windows, Macintosh e Gnu-Linux. È rilasciato con licenza LGPL ed è giunto alla versione 4. Dopo i dettagli squisitamente tecnici, passiamo alle cose pratiche. La suite è composta da sei programmi:

Writer: word processor completo e ricco di funzioni.
Calc: foglio elettronico
Impress: programma per la creazione di presentazioni multimediali
Draw: programma di grafica vettoriale, paragonabile alle prime versioni di Corel Draw.
Math: programma per l’elaborazione di formule matematiche.
Base: programma per la creazione e la gestione di database. Può essere usato come front-end per sistemi di database.

 

Ovviamente anche LibreOffice, come il suo patrigno OpenOffice, è in grado di gestire i file creati con la suite della Microsoft in modo da non perdere il proprio lavoro pregresso in caso si decida di cambiare programma e passare al Free. Faccio questa considerazione per agganciarmi a quanto esserito all’inizio di questo articolo, sul fatto che molti (tutti????) utenti Windows e Mac, soprattuto in ambito domestico, siano soliti utilizzare metodi poco legali per procurarsi il programma di casa Gates, quando esistono alternative free altrettanto valide (non dico più valide, perché Microsoft Office è una ottima soluzione di produttività, al pari di quelle Free).

Perché dovrei installare LibreOffice sul mio computer?

La prima risposta che viene spontanea è: perché è free. La seconda potrebbe essere: perché è un prodotto estremamente professionale e versatile, in grado di soddisfare qualsiasi esigenza di produttività. Vediamo nel dettaglio tutti programmi che compongono la suite, direttamente dal sito di LibreOffice si legge:

Writer è l’elaboratore testi di LibreOffice. Si può usare per tutto, dalla scrittura di una breve lettera alla produzione di un intero libro, con sommari, illustrazioni, bibliografie e diagrammi. Il completamento automatico durante la digitazione, la formattazione automatica e il  controllo ortografico automatico rendono semplici compiti difficili (ma sono comunque facili da disabilitare se lo si preferisce). Writer è abbastanza potente per gestire lavori di desktop publishing come la creazione di newsletter a più colonne e opuscoli. L’unico limite è la vostra immaginazione.

Calc vi aiuta a lavorare con i numeri e a affrontare decisioni complesse, quando state soppesando delle alternative. Analizzate i vostri dati con Calc e utilizzatelo poi per presentarne i risultati finali.  Grafici e strumenti di analisi contribuirscono a rendere più chiare le vostre conclusioni. Un sistema di aiuto completamente integrato rende più facile il lavoro di immissione di formule complesse.  Potete aggiungere dati da database esterni come SQL o Oracle, poi ordinarli e filtrarli per produrre analisi statistiche. Per visualizzare grafici 2D e 3D sono presenti funzioni da 13 differenti categorie, incluse linea, area, barre, torta, X-Y, e rete:  con le decine di varianti disponibili, sarete sicuri di trovarne uno che si adatti al vostro progetto.

Impress è il modo più semplice e veloce per creare presentazioni multimediali efficaci. Straordinarie animazioni ed effetti speciali vi aiutano a convincere il pubblico.  Potete creare presentazioni di aspetto più professionale di quelle standard che di solito si vedono al lavoro. Potrete attirare l’attenzione di colleghi e superiori con la creazione di qualcosa di diverso.

Draw consente di creare diagrammi e disegni da zero. Un’immagine vale più di mille parole, quindi perché non provare a costruire qualcosa di semplice con diagrammi contenenti aree e linee? Oppure ancora creare facilmente illustrazioni 3D dinamiche ed effetti speciali? Con Draw il disegno è semplice ed efficace.

Base è il front-end per database della suite LibreOffice. Con Base potete integrare perfettamente le strutture di un database esistente nelle altre componenti di LibreOffice, oppure creare un’interfaccia per utilizzare e gestire i dati come applicazione singola.  È possibile utilizzare tabelle e query importate e collegate da MySQL, PostgreSQL o Microsoft Access e molte altre fonti di dati, o progettarne di proprie, per costruire front-end con moduli, report e viste. sofisticati. Per una gamma molto ampia di prodotti di database, in particolare le versioni standard di HSQL, MySQL, Adabas D, Microsoft Access e PostgreSQL, il supporto è integrato, oppure facilmente aggiungibile.

Math è un semplice editor di equazioni che permette di impostare e visualizzare velocemente, in notazione scritta standard, equazioni matematiche, chimiche, elettriche o scientifiche.  Anche i calcoli più complessi diventano comprensibili quando visualizzati correttamente. E=mc2.

LibreOffice include inoltre un creatore di file PDF; potrete quindi distribuire documenti apribili e leggibili con qualsiasi dispositivo informatico o sistema operativo.

LibreOffice, screen del sito ufficiale

Ti serve ancora un motivo per iniziare ad usare LibreOffice sul tuo computer?

LibreOffice è un software sviluppato e mantenuto dalla comunità, portato avanti dalla società no-profit The Document Foundation, che si avvale della collaborazione di migliaia di volontari in tutto il mondo. Gli sviluppatori di questo software sono anche i principali utenti, persone che credono nei principi del software Open Source e nella condivisione del loro lavoro in maniera non restrittiva. Iniziare ad usare LibreOffice significa entrare a far parte di questa grande comunità, dando un contributo allo sviluppo del software Open Source nel mondo.

 


Linux, cosa è una distribuzione?

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Distribuzione Linux
Cominciamo col dire che questo breve (almeno nelle intenzioni) articolo è destinato a quanti non conoscono il mondo di linux e non hanno familiarità con lo slang che ruota intorno all’universo del sistema operativo più amato dagli smanettoni.
Prima di arrivare alla definizione di distribuzione, riferita al mondo di linux, vediamo di ripassare le basi: cosa è un sistema operativo?
La domanda potrebbe apparire banale, ma in effetti non lo è. Ci sono infatti delle sfumature interessanti da prendere in considerazione. Ad esempio, indipendentemente da quale tipo di computer o dispositivo stiamo usando, quello che ignoriamo è che, in qualsiasi caso, noi non stiamo usando il sistema operativo. È il software installato che lo usa, non noi utenti. Se apro il browser per navigare non sto usando Windows o OS X Lion o Ubuntu, ma semplicemente uso un programma che a sua volta usa il sistema operativo. Questo avviene perché di norma un software di uso comune (editor di testi, programma di fotoritocco, client di posta elettronica, ecc..) non ha le funzionalità per interagire direttamente con i componenti hardware della macchina dove è installato. Mi spiego meglio: se devo aprire un file .doc e di conseguenza un software come MS Word, c’è bisogno che qualcuno dica alla RAM che serve un po’ di memoria per eseguire il programma e che qualcun altro avverta l’hard disk che ho bisogno di cercare tra i suoi cluster (i settori di cui è composto) finché non trovo il file che mi interessa. Fermiamoci a queste due semplici operazioni e chiediamoci: “chi le compie, visto che MS Word non è in grado di svolgerle da solo?”. La risposta, a questo punto ovvia e scontata, è: il sistema operativo. In passato c’erano dei programmi che erano in grado di dialogare direttamente con l’hardware e non avevano bisogno del sistema operativo per funzionare. L’unico problema era che, terminata l’esecuzione di un programma e volendo eseguirne un altro, era necessario riavviare tutta la macchina. Un po’ come se oggi accendessi il computer per navigare su internet, poi lo spegnessi e lo facessi ripartire per controllare la posta sul client, poi lo spegnessi di nuovo e lo facessi ripartire per scrivere una lettera di lavoro, poi lo rispegnessi… insomma, credo sia chiaro il punto.

 

Tutto questo discorso dovrebbe aver ben chiarito cosa è un sistema operativo. In definitiva non è altro che un programma che sa come comunicare con l’hardware e permette agli altri software di girare simultaneamente (multitasking), nello stesso momento, gestendo tutte le loro richieste in base alle disponibilità di memoria, spazio e altre risorse. Per quanto il compito di un sistema operativo sia fondamentale per i programmi, per noi utenti la sua importanza è perfettamente trascurabile . Quello che ci interessa è che Firefox si avvii quando clicchiamo sulla sua icona o che Photoshop vada in esecuzione quando vogliamo aprire un file .psd, come avviene tutta questa magia ha poca importanza ai fini pratici. L’importante è che accada.
Detto questo, viene da sé che, quando acquisto un computer, la mia preoccupazione maggiore sia assicurarmi che riesca a farci girare i programmi che utilizzo maggiormente, per lavoro o diletto. In questa ottica devo preoccuparmi di scegliere il sistema operativo in grado di far funzionare al meglio i software che mi servono per sbrigare le mie cose. Esempio: se il mio passatempo sono i videogiochi al pc, installerò Windows, che offre un parco giochi senza eguali e una gestione delle directX perfetta. Se il mio lavoro consiste nel fare montaggi video o rendering di alto livello, prenderò un Mac con Os X che mi permette di sfruttare al massimo la scheda video, grazie ai driver dedicati. Se sono un web developer che lavora con MySQL, Php e Apache, magari preferirò un pc con Linux, visto che supporta nativamente sia il server che tutti questi linguaggi. Ovvio che nessuno vi vieta di giocare ai videogiochi con Linux o installare Apache su Windows, solo che l’esperienza potrebbe essere meno performante. Diciamo che non esiste un sistema operativo migliore degli altri, ma solo quello che fa per noi ed è quindi inutile stare a fare le Guerre Sante per quale sia più bello, sicuro, affidabile, intuitivo, ecc… Arrendiamoci all’evidenza che ogni sistema operativo ha i propri pregi e i propri difetti.

Va bene, ma cosa è una distribuzione Linux?

Adesso che abbiamo capito cosa è un sistema operativo possiamo addentrarci nello specifico di Linux e provare a capire cosa si intende con distribuzione. Cominciamo dalla nomenclatura. Il nome esatto del sistema operativo è GNULinux. Vediamo di chiarire con un po’ di storia (mi sa tanto che non sarà breve, questo articolo; quindi mettetevi pure comodi).
Tanto, tanto, tanto tempo fa, più o meno agli inizi degli anni ’80, un ingegnere americano un po’ folle decise di crearsi da solo un sistema operativo simile a quello che usava al lavoro. Per la cronaca, il luogo di lavoro si chiamava Mit e il sistema operativo Unix. Questo tizio mise su tutto questo casino perché era convinto che il software, qualsiasi tipo di software, dovesse essere libero e condiviso e anche perché gli stavano decisamente sulle palle i programmi proprietari col codice sorgente chiuso. Così inizio a lavorare al progetto in collaborazione con altri folli come lui e creò un sistema nuovo, completamente libero, che tutti potevano usare, modificare, distribuire come volevano. C’era solo un problema. Nemmeno troppo piccolo, comunque. Per quanto GNU (che sta per Gnu is Not Unix) fosse decisamente un sistema operativo robusto, dotato di compilatore, librerie e tutto il resto, purtroppo mancava del Kernel. Il kernel è letteralmente il cuore del sistema operativo. Senza di quello non funziona niente. L’ingegnere folle e i suoi accoliti stavano lavorando già da diversi anni ad un kernel proprio, ma ancora (siamo arrivati agli anni ’90) non era pronto. In loro aiuto arrivò un informatico finlandese che qualche anno prima aveva scritto tutto da solo un kernel da usare per gli affari propri. Visto che al team degli americani mancava il kernel e che al finlandese mancavano i software di contorno, decisero di unire gli sforzi, portando ognuno il proprio pezzo. Nacque così il sistema operativo GNU-Linux.

Torniamo ai giorni nostri. Siccome GNU-Linux è un sistema rilasciato sotto licenza GPL, chiunque può prenderne una copia, modificarla e ridistribuirla a gratis o a pagamento. Quando hanno cominciato a proliferare le famose interfacce grafiche per desktop, tipo GNOME, KDE, Unity, gli sviluppatori di tutto il mondo hanno preso a sfornare decine e decine di sistemi operativi basati su GNU-Linux. Anche molte società famose come IBM, Sun Microsystems, Hewlett-Packard e Google hanno seguito questa strada, realizzando i propri sistemi. Oggi queste creazioni hanno nomi fantasiosi e affascinanti: Ubuntu, Debian, Red Hat, Fedora, Android, Mandriva, Puppy, openSUSE e tanti, tanti altri. Tutti questi sistemi operativi, indipendenti l’uno dall’altro, hanno però in comune la loro derivazione GNU-Linux, sostanzialmente condividono quasi gli stessi software di base (compilatore, librerie, ecc..) e il kernel. Perciò si può dire che GNU-Linux viene distribuito in varie versioni.
E siamo arrivati alla fine dell’articolo. Per rispondere alla domanda posta nel titolo, possiamo dire che una distribuzione linux (o più comunemente distro) non è altro che un sistema operativo GNU-Linux personalizzato con una interfaccia grafica e con programmi ad hoc che di solito definiscono l’utilità o la natura della distribuzione. Ad esempio, Edubuntu è la distribuzione linux nata per l’educazione e la formazione. Viene da sé che al suo interno troveremo software come la calcolatrice scientifica GNOME o Gbrainy, un programma per allenare la memora e le capacità aritmetiche-logiche o anche la suite di educazione KDE che include software educativi per ragazzi tra i 3 e i 18 anni.

Prima di mettere il punto a questo articolo, credo sia doveroso citare due nomi fondamentali nello sviluppo di GNU-Linux e del software open source e free: Richard Stallman e Linus Torvalds. Se non li conoscete, vi siete persi un pezzo di storia del ventesimo secolo. Ma tranquilli, potete sempre rimediare con wikipedia!

Ah, GNU si pronuncia con la G dura e non come il bovino che vive in Africa!


Linux Mint distro più usata?

In Distro News, linux || il

Linux Mint

Se si guardano i dati forniti da Distrowatch, non possiamo non notarlo: Linux Mint è saldamente in testa da oltre un anno come distro più ricercata dagli utenti GNU-linux. Il SO di Canonical ha dovuto cedere il passo al suo figlioccio (ricordiamo che Mint è un fork di Ubuntu). Stando ai dati dell’ultimo mese (nel momento in cui scrivo), Mint ha 3927 preferenze contro le 1991 di Ubuntu.

Sarà dunque vero che Mint è la distro più utilizzata?

A guardare i dati forniti da wikimedia in merito all’analisi del traffico, verrebbe da pensare decisamente di no.
Un dato è certo, però: la classifica di Distrowatch ha contribuito ad alimentare la polemica sull’utilizzo di Unity come shell per Gnome su Ubuntu. Non è un mistero che Unity abbia spaccato i pareri degli utenti, obbligando molti di loro a cambiare distribuzione per non avere a che fare con un desktop environment poco digerito.


Rilasciato GNOME 3.8, tante le novità

In Distro News, linux || il

gnome

Finalmente, dopo mesi di lavoro, è stata rilasciata la nuova release del più popolare ambiente grafico per i sistemi GNU-Linux. Le novità sono molte e non ci si aspettava altrimenti visto che a questa versione hanno lavorato quasi 1000 persone con oltre 35000 contributi. Le principali caratteristiche sono:

1) Ridisegnata la “vista” applicazioni con l’aggiunta di due nuove schede.

2) Migliorata la scheda con i risultati delle ricerche.

3) Nuovo Pannello per la gestione della Privacy.

4) Nuova applicazione per l’orologio, ricca di effetti e funzionalità.

5) Miglioramenti nella resa grafica delle animazioni.

Per tutti i dettagli, potete consultare il sito ufficiale del progetto Gnome.


Tutorial Web Design – Usare Font particolari

In Internet, Programmazione, Tutorial || il

new_html

Oggi parleremo di un argomento che in passato ha creato sicuramente problemi a tutti i web designer. Vi sarà capitato di imbattervi in quel cliente particolarmente esigente che vi ha assillato perché tutto il testo contenuto nel sito fosse formattato con quello splendido font illeggibile che lui aveva scovato chissà dove. Voi, ovviamente, avrete perso ore intere per cercare di fargli capire che NO, non potevate usarlo, perché solo chi lo aveva installato sul proprio computer avrebbe visualizzato correttamente le pagine del sito. E avrete scatenato il malumore di entrambi.

Mi auguro che vi siate liberati di certi clienti, ma se proprio siete dei Paperoga del web e attirate come le calamite certe disgrazie… vi informo che oggi non è più un problema usare un font particolare, non installato di default su tutti i computer. Esistono due metodi o almeno sono due quelli che vi andrò a spiegare io.

Cominciamo col metodo più articolato, che sfrutta una proprietà dei CSS che era già presente nella versione 2, ma che si è iniziata ad utilizzare, a causa della scarsa compatibilità con  versioni più vecchie di browser, solo in questi ultimi tempi: @font-face. Vediamo come funziona con un esempio pratico. Creiamo un file prova.html e un file stile.css, chiamateli come vi pare, se vi sentite creativi, non importa. Compilate come segue il file html:

 

 

<!DOCTYPE HTML>

<html>
<head>
<link rel="stylesheet" href="stile.css" type="text/css"/>
<title>Il Font che ci pare</title>
</head>
<body>
<div id="testo">Qui mettiamo il nostro testo, formattato con un font particolare che tutti saranno in grado di visualizzare sui propri computer e dispositivi senza problemi. Da oggi niente più clienti scontenti!
</div>
</body>
</html>

Benissimo, adesso passiamo al foglio di stile. Per il momento compilatelo in questo modo (non è molto elegante, ma non siate pignoli, siamo qui per imparare qualcosa sui font):

body{
border:0
background-color:#bbb;
}

#testo{
width: 600px;
color:black;
margin-top:25%;
margin-left:25%;
}

Ovviamente se andate a visualizzare la pagina prova.html vedrete che la scritta inserita nel tag <testo> sarà formattata con un banalissimo font di sistema. Questo perché dobbiamo ancora indicare il tipo di carattere che vogliamo usare. Prima di proseguire facciamo una piccola digressione. Esistono sostanzialmente due formati di font: .EOT e .TTF. Il primo è il formato proprietario Microsoft e viene letto esclusivamente da Internet Explorer, mentre gli altri browser leggono tutti il TTF. Da qui la prima osservazione: qualsiasi font intendo usare, dovrà essere compilato in entrambi i formati. E come accidenti si fa, vi starete chiedendo?

Fortunatamente non dovrete faticare per ottenere questi formati. Collegatevi al sito fontsquirrel e cliccate sul tasto del menu di navigazione @font-face kits. Qui potete scegliere la font che più vi piace. Per questo esempio ho optato per un sans serif e ho scaricato il kit del carattere chiamato Andika Basic (per scaricare basta cliccare su Get Kit). All’interno del file zippato ho trovato:

-demo.html  —–> Pagina di prova

-stylesheet.css    ——–>Foglio di stile

-AndBasR-webfont.eot  ———->Font in formato IE

-AndBasR-webfont.svg  ———->File vettoriale del font.

-AndBasR-webfont.ttf  ———–>Font in formato per tutti i browser.

-AndBasR-webfont.woff ———–>Font in formato per tutti i browser, molto recente.

-Andika OFL License.txt ———–>Licenza per l’uso del font.

Ora siamo pronti per incorporare il font nella nostra pagina. Creiamo una cartella font e copiamoci dentro i file .eot, .ttf, .woff e .svg. Adesso apriamo con un editor la pagina stylesheet.css e copiamo quello che troviamo:

@font-face {
font-family: ‘AndikaBasicRegular’;
src: url(‘AndBasR-webfont.eot’);
src: url(‘AndBasR-webfont.eot?#iefix’) format(‘embedded-opentype’),
url(‘AndBasR-webfont.woff’) format(‘woff’),
url(‘AndBasR-webfont.ttf’) format(‘truetype’),
url(‘AndBasR-webfont.svg#AndikaBasicRegular’) format(‘svg’);
font-weight: normal;
font-style: normal;

}

all’interno del nostro file stile.css in modo che risulti così:

@font-face {
    font-family: 'AndikaBasicRegular';
    src: url('AndBasR-webfont.eot');
    src: url('AndBasR-webfont.eot?#iefix') format('embedded-opentype'),
         url('AndBasR-webfont.woff') format('woff'),
         url('AndBasR-webfont.ttf') format('truetype'),
         url('AndBasR-webfont.svg#AndikaBasicRegular') format('svg');
    font-weight: normal;
    font-style: normal;

}

body{
border:0
background-color:#bbb;
}

#testo{
width: 600px;
color:black;
margin-top:25%;
margin-left:25%;
}

Ora spieghiamo alcune cose. Anzi, solo una. Analizziamo una riga del codice:

src: url(‘AndBasR-webfont.eot’);

Questa riga cerca (src) il percorso nel quale si trova il file (AndBasR-webfont.eot). Così come è scritto, il file css cercherà il font nella stessa directory nella quale si trova lui, ma noi abbiamo spostato tutti i font (per fare ordine) all’interno della cartella font. Quindi dobbiamo cambiare tutti i percorsi in questo modo:

src: url(‘font/AndBasR-webfont.eot’);

Poi, ovviamente dovremo chiamare il tipo di font che vogliamo utilizzare. Per comodità io l’ho inserito direttamente nel selettore body. Il css finale sarà:

@font-face {
    font-family: 'AndikaBasicRegular';
    src: url('font/AndBasR-webfont.eot');
    src: url('font/AndBasR-webfont.eot?#iefix') format('embedded-opentype'),
         url('font/AndBasR-webfont.woff') format('woff'),
         url('font/AndBasR-webfont.ttf') format('truetype'),
         url('font/AndBasR-webfont.svg#AndikaBasicRegular') format('svg');
    font-weight: normal;
    font-style: normal;

}

body{
border:0
background-color:#bbb;
font-family: 'AndikaBasicRegular', Arial, sans-serif;letter-spacing: 0;
}

#testo{
width: 600px;
color:black;
margin-top:25%;
margin-left:25%;
}

Ora non ci rimane che testare il tutto e verificare che il nostro font funzioni. In fondo all’articolo trovate i file di prova di questo tutorial da scaricare.

Ci siamo quasi. Adesso non ci resta che illustrare il secondo metodo, decisamente più veloce e pratico. Questo sistema si appoggia ad un servizio di Google.  Colleghiamoci a Google Web Fonts. Qui possiamo scegliere il font che ci interessa. Per comodità utilizziamo il primo dell’elenco, nel mio caso e nel momento in cui scrivo è il Montserrat Alternates.  Clicco sul tasto Quick Use e si apre una nuova pagina nella quale Google mi guida attraverso alcuni step.  Passo 1, scelta dello stile. Passo 2 scelta del set. Passo 3 (quello che ci interessa) codice per incorporare il font. È possibile scegliere tra 3 metodi: classico, @import e javascript. Io uso il classico. In pratica si tratta di copiare il codice generato

<link href=’http://fonts.googleapis.com/css?family=Montserrat+Alternates’ rel=’stylesheet’ type=’text/css’>

all’interno del tag HEAD della nostra pagina web. Mi raccomando, che deve essere la prima dichiarazione dentro HEAD, altrimenti potrebbe non funzionare. Passo 4, copio il codice da integrare nel css (niente di più facile)

font-family: ‘Montserrat Alternates’, sans-serif;

Vi faccio un esempio con gli stessi file di prima. Cominciamo con prova.html

<!DOCTYPE HTML>

<html>
<head>
<link href='http://fonts.googleapis.com/css?family=Montserrat+Alternates' rel='stylesheet' type='text/css'>
<link rel="stylesheet" href="stile.css" type="text/css"/>
<title>Il Font che ci pare</title>
</head>
<body>
<div id="testo">Qui mettiamo il nostro testo, formattato con un font particolare che tutti saranno in grado di visualizzare sui propri computer e dispositivi senza problemi. Da oggi niente più clienti scontenti!
</div>
</body>
</html>

E proseguiamo con stile.css

body{
border:0
background-color:#bbb;
font-family: 'Montserrat Alternates', sans-serif;
}

#testo{
width: 600px;
color:black;
margin-top:25%;
margin-left:25%;
}

Siamo arrivati alla fine delle spiegazioni. In fondo trovate un file zippato contenente entrambi i metodi illustrati.

Personalmente preferisco utilizzare le API di Google, anche se mi rendo conto che, dovessero mai saltare i server del colosso di Mountain View, le mie pagine web perderebbero il loro appeal. Considerata la stabilità economica di Google, mi pare comunque improbabile e dormo sonni tranquilli!

 

Download il file del tutorial


Tutorial Web Design – I fogli di stile, css (6)

In Internet, Programmazione, Tutorial || il

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Ben trovati, eccoci di nuovo qua. Oggi continueremo a parlare dei fogli di stile e vedremo nuovi selettori.

Siete pronti? Cominciamo!

Alla fine del precedente tutorial eravamo rimasti con il nostro file index.html compilato nel seguente modo:

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>Le città più belle del mondo</title>
<link href="css/stile.css" rel="stylesheet" type="text/css" />
</head>
<body>
<div id="francia">
<h2>Andiamo in Francia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Parigi</i></p>
<p><i>Tolosa</i></p>
</div>
<div id="italia">
<h2>Andiamo in Italia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Roma</i></p>
<p><i>Palermo</i></p>
</div>
<div id="germania">
<h2>Andiamo in Germania</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Berlino</i></p>
<p><i>Colonia</i></p>
</div>
</body>
</html>

Mentre nel file stile.css avevamo:

/* Css Document */

h2 {color:#0099CC;}   /* questo è un commento, potete anche ometterlo */
h4{color:#9999FF;}    /* potete scrivere anche con i ritorno a capo, per organizzare il codice */

Oggi continueremo a lavorare con i css. Parliamo di un selettore molto importante: quello del TAG BODY. BODY rappresenta il corpo della pagina e poter interagire con questo TAG all’interno dei fogli di stile significa andare a modificare la struttura generale della pagina. Vediamo subito un esempio. Come prima cosa dichiariamo il selettore e mettiamo le parentesi. Useremo il metodo di impaginazione su più righe.

Io direi di assegnare un bel colore di sfondo alla nostra pagina, che adesso per default è bianco. La proprietà per il colore dello sfondo è:

 

background-color:

e il valore si esprime sempre col simbolo # seguito dal valore esadecimale del colore. Se volete potete cercare in rete qualche sito che offre la tabella dei colori col rispettivo valori, tipo questo oppure usare il tool del selettore colore all’interno del vostro editor grafico. Diciamo che vogliamo usare un bel colore forte e aggressivo, scriviamo:

body{

     background-color:#330033;

}

Non dimenticate mai il punto e virgola alla fine di ogni dichiarazione. Ora possiamo salvare il file e aprire index.html all’interno del browser. Dovrebbe apparirvi così:

Dal risultato appare chiaro che le scritte nere sono poco leggibili su questo sfondo. Non c’è problema. Torniamo al nostro file stile.css e inseriamo una nuova dichiarazione all’interno di body. Questa volta assegneremo un valore # bianco alla proprietà color, che definisce il il colore del font all’interno di body. Di seguito il codice, ma provate ad inserirlo da soli.

/* Css Document */

h2 {color:#0099CC;}
h4{color:#9999FF;}

body{

	background-color:#330033;
    color:#ffffff;
}

Andiamo a testare il tutto, salvando il file stile.css e aprendo index all’interno del browser.

Si legge decisamente meglio, vero?

I più attenti avranno forse notato una cosa particolare: definendo color dentro body abbiamo cambiato soltanto il colore dei nomi delle città. Perché non sono cambiati anche i due titoli in h2 e h4? Se analizzate il codice, avrete la risposta e imparerete anche una regoletta importante. Come potete vedere, dentro index.html, i titoli sono inseriti all’interno del selettore <h> e per quel selettore noi abbiamo definito delle regole ben precise in stile.css

Questo ci fa capire che, nonostante il TAG <h> si trovi dentro body, non prende i suoi valori definiti all’interno del foglio di stile, perché gliene abbiamo assegnati di propri. Se provate a cancellare dal foglio di stile le definizioni di h1 e h2, vedrete che tutte le scritte, anche quelle dei titoli, diventano bianche.

Andiamo avanti con BODY e vediamo cosa possiamo fare ancora. Che ne dite di cambiare il font? Adesso il browser vi mostra quello di default in base al sistema operativo che utilizzate. In verità cambia anche in base al browser. Il discorso sui font è un po’ complesso e lo analizzeremo più avanti nel corso di questi tutorial. Per il momento diciamo che vogliamo usare l’Arial. Come si fa? Il metodo è questo:

font-family: Arial;

Inseriamolo all’interno del file:

/* Css Document */

h2 {color:#0099CC;}
h4{color:#9999FF;}

body{

	background-color:#330033;
    color:#ffffff;
	font-family: Arial;
}

Per il momento fermiamoci qua. Nella prossima parte del tutorial vedremo come agire sui TAG personalizzati della pagina!

Stay Tuned!

 


Tutorial Web Design – I fogli di stile, css (5)

In Internet, Programmazione, Tutorial || il

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Nei precedenti articoli abbiamo analizzato un po’ di nozioni e creato la prima pagina web. Se ve la siete persa, andate a leggervi il precedente post. Riepilogo qui sotto il codice finale della nostra pagina, ma dovreste avere il file salvato.

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>Le città più belle del mondo</title>
</head>
<body>
<div id="francia">
<h2>Andiamo in Francia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Parigi</i></p>
<p><i>Tolosa</i></p>
</div>
<div id="italia">
<h2>Andiamo in Italia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Roma</i></p>
<p><i>Palermo</i></p>
</div>
<div id="germania">
<h2>Andiamo in Germania</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Berlino</i></p>
<p><i>Colonia</i></p>
</div>
</body>
</html>

Come abbiamo già avuto modo di osservare, la nostra pagina risulta piuttosto triste in quanto a design. Vediamo se c’è un modo per migliorarla?

Ovviamente esiste e si chiama ( è un acronimo, per non sbagliare) CSS. I Cascading Style Sheets, o fogli di stile, rappresentano il mezzo col quale si è riusciti a separare, nella progettazione delle pagine web, i contenuti dalla formattazione. Cerco di spiegare brevemente.

Fino a qualche anno fa, quando si scrivevano pagine web era abitudine definire le caratteristiche di un elemento direttamente all’interno della pagina html. Questo portò in breve a due problemi: il primo era che le pagine pesavano tantissimo e il secondo è che tutti quelli che si muovevano a vista codice all’interno della pagina (ad esempio gli spider di google per indicizzarla) non riuscivano a distinguere le informazioni importanti da quelle puramente estetiche. Da qui la necessità di fare in modo che vi fosse una divisione netta tra formattazione e contenuti. E fu così che nacquero i fogli di stile.  Al loro interno vengono inserite tutte quelle informazioni che servono a definire il design di una pagina. Ad esempio il colore di un font o l’altezza di un DIV o l’inserimento di una riga continua o un effetto contorno o il colore di sfondo della pagina.

 

Se volete farvi una idea di cosa è in grado di fare un foglio di stile, provate a cliccare prima su questo link e poi su questo. Nel primo vi si aprirà una pagina CON foglio di stile e nel secondo la STESSA pagina SENZA il foglio di stile.

Suppongo che l’esempio vi abbia fatto comprendere la potenza di questi css. Da notare che lo spider del motore di ricerca che andasse ad esaminare la pagina la vedrebbe SENZA il foglio di stile. In questo caso per lui è molto più facile e veloce verificare il tipo di contenuti, senza dover perdere tempo con informazioni inutili quali il colore del font o la spaziatura tra i DIV.

Visto che abbiamo detto che la formattazione è separata dai contenuti, andiamo a vedere dove la dobbiamo inserire. Aprite il vostro editor preferito su una pagina bianca ed impostate il linguaggio su CSS. 

Quindi salvate il file all’interno della cartella css (se vi ricordate, la avevamo creata) dentro MioSito. Dategli il nome che vi pare, io la chiamerò stile.css

Adesso scriviamoci qualcosa dentro. Cominciamo con l’indicare il tipo di documento:

/* CSS Document */

Niente di complicato, abbiamo solo inserito nella prima riga del documento una frasetta che ci ricorda di cosa stiamo parlando. La scritta CSS Document è inserita tra i simboli /* e */ che definiscono un commento. I commenti non vengono interpretati dal browser, ma servono a noi per descrivere quelle porzioni di codice che magari temiamo di non essere più in grado di afferrare al volo se ci torniamo su dopo un po’ di tempo.

Proseguiamo. Come per l’html anche i css hanno una loro sintassi. Imparare a memoria ogni regola è quasi impossibile, ma con la pratica diventerà facile lavorare con quelle più comuni.

La sintassi dei css prevede che vi siano due soggetti principali: il selettore e la dichiarazione.

Andiamo a vedere in pratica di cosa si tratta. Ricordate che nella nostra pagina web avevamo inserito dei titoli in h2 e h4? Il vostro browser li ha interpretati nella maniera di default, ma noi, che ci sentiamo dei piccoli artisti, possiamo cambiare quelle impostazioni e creare qualcosa di più fantasioso. Prendete il vostro foglio di stile e scrivete:

h2 {
   color:#0099CC;
}

Le parentesi graffa si ottiene con la combinazione di tasti MAIUSC+CTRL+ALT+[ per aprirla e  MAIUSC+CTRL+ALT+] per chiuderla.

Adesso vi spiego cosa abbiamo fatto. Abbiamo preso un selettore, in questo caso h2, e gli abbiamo attribuito come dichiarazione la definizione di un colore. La sintassi è la seguente:

h2 = Selettore

{ = Parentesi graffa aperta

color: = proprietà

#0099cc = valore espresso nel valore esadecimale

; = chiusura della dichiarazione

} = Parentesi graffa chiusa

La stessa cosa poteva essere scritta su una riga sola, nel seguente modo:

h2 {color:#0099CC;}

Infatti gli spazi e i ritorno a capo non vengono interpretati. Potete usare il metodo che preferite, ma ricordate che capiterà di avere anche dieci o quindici dichiarazioni per un solo selettore e usare la tecnica del ritorno a capo e della indentazione (il rientro dell’inizio di una riga)  potrebbe facilitarvi l’organizzazione del codice.

Ricapitoliamo: si prende un selettore, si apre la parentesi graffa, si dichiara una proprietà e un valore, si termina la dichiarazione col punto e virgola e si richiude la parentesi graffa. La sintassi per i fogli di stile è questa e sempre questa, non potete sbagliare.

Definiamo anche il titolo in h4 adesso. Scriviamo:

h4{ color:#9999FF; }

Oppure:

h4{
  color:#9999FF;
}

Per il momento ci fermiamo qui con i fogli di stile, in modo da assimilare bene la struttura sintattica. Salvate il file stile.css e poi tornate sul file index.html. Vi spiego come collegare i due file, così potrete vedere il risultato.

/* Css Document */

h2 {color:#0099CC;}
h4{color:#9999FF;}

Se vi ricordate, quando abbiamo descritto il TAG HEAD abbiamo detto che al suo interno vengono inseriti anche gli script che servono per caricare un file esterno. Quindi posizionatevi dopo il TAG di chiusura di TITLE, ma prima del TAG di chiusura di HEAD e scrivete su una nuova riga:

<link href=”css/stile.css” rel=”stylesheet” type=”text/css” />

Quello che abbiamo fatto è stato dire al browser di linkare (collegare) il nostro foglio di stile, che si trova nella cartella css, e gli abbiamo anche indicato la relazione che c’è col nuovo documento (stylesheet) e che tipo di documento è (un file di testo e nello specifico un css).

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>Le città più belle del mondo</title>
<link href="css/stile.css" rel="stylesheet" type="text/css" />
</head>
<body>
<div id="francia">
<h2>Andiamo in Francia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Parigi</i></p>
<p><i>Tolosa</i></p>
</div>
<div id="italia">
<h2>Andiamo in Italia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Roma</i></p>
<p><i>Palermo</i></p>
</div>
<div id="germania">
<h2>Andiamo in Germania</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Berlino</i></p>
<p><i>Colonia</i></p>
</div>
</body>
</html>

Salvate il file index.html e andate ad aprirlo nel browser. Se avete fatto tutto per bene, dovreste vedere questo:

Se qualcosa non dovesse funzionare, assicuratevi di aver scritto bene il nome del file nel collegamento o che non abbiate commesso errori di scrittura nel codice.

La prossima volta continueremo a vedere come funzionano i fogli di stile.

Stay Tuned!

 


Tutorial Web Design – Cosa sono i DIV (4)

In Internet, Programmazione, Tutorial || il

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Nei tutorial precedenti abbiamo ripassato un po di nozioni, preso possesso dei ferri del mestiere e realizzato la nostra prima pagina web. Adesso è giunto il momento di renderla un po’ più elaborata, questa pagina. In questa quarta parte andremo a fare la conoscenza di un TAG fondamentale: il suo nome è DIV.

Il TAG DIV non è altro che una sorta di scatola vuota, che possiamo riempire come meglio vogliamo. Ricapitolo qui sotto i vari TAG visti fino ad ora:

TAG che determinano la struttura della pagina:

<HTML>

<HEAD>

<BODY>

 

TAG di intestazione:

<TITLE>

Ovviamente tra i TAG di intestazione ve ne sono altri, ma vi rimando alla pagina di wikipedia, se volete approfondire. Nel corso di questi tutorial ne useremo altri, ma li vedremo di volta in volta.

Ci sono poi tutti quei TAG che definiscono gli elementi all’interno di <body>. Anche questi sono moltissimi e su wikipedia trovate un elenco sempre aggiornato. Qui mi limiterò a citarne alcuni, come:

<h1></h1> (questo TAG va da H1 a H6) Definisce le intestazioni (potete usarli per i titoli, per intenderci)

<p></p> Definisce un paragrafo, separando in blocchi il contenuto testuale.

<form></form> Definisce un modulo.

<b></b> Scrive in grassetto.

<q></q> Mette tra gli apici, utile se dovete fare delle citazioni.

Mi fermo qui e lascio fuori alcuni TAG importanti che tratteremo a breve.

Se volete divertirvi per prendere confidenza con questi TAG, aprite la vostra pagina INDEX nella cartella MioSito e iniziate ad utilizzarli. Fate una cosa tipo questa, per intenderci. Ma non copiatela, altrimenti è inutile.

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>La mia prima pagina web</title>
</head>
<body>
<h1>La mia prima pagina Web</h1>
<p>Questa è la mia prima pagina web e l'ho realizzata seguendo i consigli del Mancio sul blog <q>www.diaridiarkham.com.</q></p>
<p><b>Adesso scrivo in grassetto </b></p>
<h3>e adesso un po' più grande</h3>
</body>
</html>

Come abbiamo già detto, l’HTML è un linguaggio che funziona per gerarchie e un’altra delle regole che dobbiamo sempre tenere a mente è che i TAG vanno chiusi nell’ordine inverso in cui sono stati aperti. Esempio:

<p><h1>Questo è un titolo</h1></p>  CORRETTO

<p><h1>Questo è un titolo</p></h1>  SBAGLIATO

Il secondo esempio è sbagliato perché è il TAG <p> che al suo interno contiene <h1>, quindi </p> deve essere chiuso per ultimo.

Ci siamo? Bene, andiamo a vedere questo TAG DIV.

Restate sul file index.html e cancellate tutte le prove che avete fatto prima. Oppure, se volete conservarle, create una nuova cartella dentro MioSito e copiate lì il vostro file di prova. L’importante è che adesso il vostro file index abbia questa struttura:

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title></title>
</head>
<body>
</body>
<html>

Ok, cominciamo con i DIV, che, come già detto, è una specie di scatola vuota che va riempita e anche nominata. Mettiamo il caso che stiamo creando una pagina che ha come tema le mete turistiche più famose del mondo. Iniziamo dal titolo che potrebbe essere “Le città più belle del mondo”. Arrivati a questo punto già sapete dove va inserito il titolo, quindi fatelo da soli.

Poniamo il caso che la nostra pagina dovrà avere due titoli di intestazione e due nomi di città. Il tutto ripetuto tre volte in base a tre Stati del mondo che abbiamo scelto: Francia, Italia e Germania. La struttura della pagina sarà così composta:

PRIMO TITOLO

SECONDO TITOLO

CITTA’

CITTA’

E poi ripetuto allo stesso modo altre due volte. Bene, andiamo a farlo.

Se avete inserito il titolo correttamente (mi auguro di si), avete questo tipo di situazione:

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>Le città più belle del mondo</title>
</head>
<body>
</body>
</html>

Adesso creiamo qualche riga vuota tra i due TAG <body></body> e cominciamo ad inserire il primo DIV che utilizzeremo per le informazioni della Francia. Il DIV lo chiamiamo “francia”. Scrivete:

<div id=”francia”></div>

Cosa abbiamo fatto? Abbiamo semplicemente creato all’interno della pagina un settore (tecnicamente si chiama livello) e lo abbiamo chiamato francia. Tutto molto semplice. Adesso dobbiamo inserire qualche cosa all’interno di questo livello, altrimenti è inutile che lo abbiamo creato. Quindi facciamoci spazio prima del TAG di chiusura del DIV, come mostrato in figura, e andiamo a piazzarci dentro i nostri contenuti. Abbiamo detto che sono due titoli e due città. Per il primo titolo possiamo usare un H2 e per il secondo un H4. Il primo titolo sarà “Andiamo in Francia” e il secondo “qualche consiglio”.

Prima di andare a sbirciare il codice qui sotto, cercate di mettere da soli i titoli in H2 e H4 , non dovrebbe essere complicato.

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>Le città più belle del mondo</title>
</head>
<body>
<div id="francia">
<h2>Andiamo in Francia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>

</div>

</body>
</html>

Se volete vedere cosa avete creato fino ad ora, andate nella cartella MioSito e lanciate il file index.html.

Adesso andiamo avanti e aggiungiamo i nomi delle città. Per fare una cosa più complessa le città le mettiamo in corsivo e ad ognuna dedichiamo un paragrafo. Il TAG per il corsivo è <i></i>. Inseriamo Parigi e Tolosa. Come al solito, provate a farlo da soli prima di andare a guardare il codice. 

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>Le città più belle del mondo</title>
</head>
<body>
<div id="francia">
<h2>Andiamo in Francia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Parigi</i></p>
<p><i>Tolosa</i></p>
</div>

</body>
</html>

Benissimo. Se avete fatto tutto come si deve, provando a lanciare il file index.html, dovreste vedere una cosa simile:

Come avrete notato, il DIV chiamato francia, dentro cui risiedono tutti i contenuti che abbiamo inserito, non si vede nel browser, come se fosse invisibile. E in un certo senso è proprio così. Vedremo nella prossima lezione come si fa a far “apparire” il DIV, quando parleremo dei CSS.

Per il momento andiamo avanti. Ci mancano ancora Italia e Germania. Posizioniamoci sotto al TAG di chiusura del DIV francia </div> e creiamo un nuovo DIV chiamato Italia. Fate da soli e poi guardate il codice.

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>Le città più belle del mondo</title>
</head>
<body>
<div id="francia">
<h2>Andiamo in Francia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Parigi</i></p>
<p><i>Tolosa</i></p>
<div id="italia"></div>
</div>

</body>
</html>

Adesso andiamo ad inserire i due titoli e le due città, Roma e Palermo (o quelle che preferite), come abbiamo fatto in precedenza. Il codice sta sotto, ma fatelo senza guardare.

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>Le città più belle del mondo</title>
</head>
<body>
<div id="francia">
<h2>Andiamo in Francia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Parigi</i></p>
<p><i>Tolosa</i></p>
</div>
<div id="italia">
<h2>Andiamo in Italia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Roma</i></p>
<p><i>Palermo</i></p>
</div>

</body>
</html>

Salvate il file index.html e apritelo nel browser. Se tutto è andato bene, vedrete una cosa così:

Sempre meglio. Adesso non ci resta che inserire la Germania e abbiamo fatto. Ripetete l’operazione, creando un DIV con nome germania e inserendo i due titoli e le due città, Berlino e Colonia. Come al solito sotto trovate il codice finale di tutta la pagina.

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>Le città più belle del mondo</title>
</head>
<body>
<div id="francia">
<h2>Andiamo in Francia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Parigi</i></p>
<p><i>Tolosa</i></p>
</div>
<div id="italia">
<h2>Andiamo in Italia</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Roma</i></p>
<p><i>Palermo</i></p>
</div>
<div id="germania">
<h2>Andiamo in Germania</h2>
<h4>Qualche consiglio</h4>
<p><i>Berlino</i></p>
<p><i>Colonia</i></p>
</div>
</body>
</html>

Abbiamo finito! La nostra pagina è terminata. Salvatela e provatela nel browser. Certo, così è un po’ triste, ma la prossima volta gli daremo una sistemata come si deve.

La prossima parte del tutorial riguarderà i CSS. E ne vedrete delle belle!

Stay Tuned!


Tutorial Web Design – Scriviamo in (x)html (3)

In Internet, Programmazione, Tutorial || il

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Eccoci di nuovo qui.

Da oggi cominciamo a fare sul serio. Abbiamo fatto tesoro delle poche nozioni apprese nei precedenti articoli e siamo pronti per scrivere la nostra prima pagina web.

Prima di cominciare ci tengo a sottolineare che il processo che porta alla realizzazione di un sito web dovrebbe passare attraverso alcune fasi, che sono:

_Definizione delle caratteristiche del sito (quante pagine, il tipo di contenuti, tipologia di utenti cui è destinato, ecc..)

_Progetto grafico del sito (potete farlo con carta e penna o, meglio ancora, usando un programma di editing grafico)

_Scrittura del codice

_Test del sito

_Download sullo spazio web

Per il momento, visto che stiamo imparando, passiamo subito alla scrittura del codice. Più in là lavoreremo ad un progetto più complesso e vi mostrerò nel dettaglio tutte queste fasi.

 

Dunque cominciamo aprendo il nostro editor preferito. Come già detto io userò Notepad++ in ambiente Windows. Non dimenticatevi di indicare al vostro editor quale linguaggio intendete utilizzare. Questi programmi, infatti, supportano diversi tipi di linguaggi e, se non gli dite quale state usando, non possono aiutarvi nella formattazione del codice.

Per farvi un esempio: se state usando Notepad++, andate su Linguaggio —> H –> Html. Come mostrato nella figura seguente.

Fatto questo, creiamo una cartella sul nostro hard disk e chiamiamola MioSito (o come preferite). All’interno della cartella ne creiamo altre due, ad una diamo il nome css e all’altra images. Queste due cartelle ci serviranno la prossima volta, ma intanto ci portiamo avanti e le creiamo.

Poi torniamo sulla pagina bianca del nostro editor e salviamola all’interno della cartella MioSito. Chiamatela index, poi vi spiego il motivo. Se avete selezionato come linguaggio html, automaticamente il vostro file verrà salvato come index.html. Per verificare se avete fatto bene, non vi resta che andare nella cartella MioSito e dovreste vedere il file index con l’icona del vostro browser. Se provate ad aprirla, vedrete una pagina bianca.

Benissimo. Andiamo avanti. Cominciamo a scrivere il codice all’interno della pagina. Dunque, tutte le pagine web utilizzano un linguaggio che si chiama html (più propriamente xhtml, visto che i nuovi standard fondono insieme il vecchio html e l’xml, ma per praticità viene usata la classica formula html).

Questo linguaggio è definito di ‘marcatura‘ (markup, in insglese). In poche parole significa che si tratta di un insieme di regole che descrivono i meccanismi di rappresentazione (strutturali, semantici o presentazionali) di un testo che, utilizzando convenzioni standardizzate, sono utilizzabili su più supporti (wikipedia). Quindi appare subito chiaro che si tratta di un linguaggio che richiede di rispettare delle regole precise. Queste regole non sono molte e sono addirittura banali. Cominciamo a vederle.

Spostiamoci nel nostro editor e per prima cosa scriviamo sul foglio bianco questa riga:

<!DOCTYPE HTML>

Che cosa abbiamo scritto? Molto semplicemente abbiamo indicato il tipo di documento che stiamo usando. In questo caso HTML. Mi pare chiaro, no? DOCTYPE sta per Document type (tipo di documento).

Passiamo oltre.

Nella seconda e terza riga scriviamo invece:

<html>

</html>

Adesso vi spiego. La regola più importante di questo linguaggio di marcatura è che ogni parte del codice deve essere racchiuso all’interno di un TAG e lo si fa attraverso la definizione del tipo di TAG e l’uso dei simboli < e >. Si utilizza questo sistema per organizzare gerarchicamente tutti i contenuti del codice. In questo caso abbiamo definito il TAG col nome HTML (che è il primo nella gerarchia della pagina) e lo abbiamo aperto con la sintassi <html> e lo abbiamo richiuso con la sintassi </html>.

Visto che abbiamo appena detto che i contenuti sono organizzati con una gerarchia, mi pare chiaro che, se il TAG <html> è il primo, significa che al suo interno ve ne saranno altri. Quindi spostiamoci sul nostro documento e col cursore alla fine del tag di apertura <html> battiamo sei volte sul tasto Enter della tastiera per creare altrettante righe vuote. 

sulla prima riga vuota scriviamo:

<head>

e sulla seconda riga vuota:

</head>

Benissimo! Come per il TAG html, anche in questo caso abbiamo definito il TAG HEAD e lo abbiamo aperto con la scrittura di <head> e lo abbiamo chiuso con </head>.

Cosa definisce il TAG HEAD? Questo TAG si trova subito dopo quello iniziale (HTML) e al suo interno vengono inseriti tutti quegli script che possono servire al browser per caricare file esterni (tipo i fogli di stile, vedremo successivamente di cosa si tratta)  oppure possiamo infilarci delle informazioni utili ai motori di ricerca. Soprattutto al suo interno troviamo un TAG indispensabile se vogliamo dare un titolo alla nostra pagina. Per capirci, il titolo della pagina lo trovate nella parte superiore del browser, come in figura.

Visto che abbiamo detto che all’interno del TAG HEAD dobbiamo inserire quello per il titolo, direi di farlo subito.

Posizionatevi alla fine del TAG di apertura <head> e battete INVIO una volta. Quindi sulla riga nuova scrivete:

<title>La mia prima pagina web</title>

Come avete potuto appurare, anche il TAG TITLE viene aperto con la formula <title> e richiuso con </title>. Ormai sarà chiaro a tutti che il simbolo slash ‘/ serve a chiudere i TAG. La novità è che all’interno dei due TAG (apertura e chiusura) abbiamo scritto qualcosa di personale, che esula dalla nomenclatura del linguaggio di marcatura. Proprio grazie all’utilizzo del TAG specifico, il browser ha interpretato che la nostra frase ‘La mia prima pagina web‘ è quella che dovrà dare il titolo alla pagina. Se volete fare un esperimento, salvate il file sul quale state lavorando e spostatevi nella cartella MioSito. Cliccate sul file index e guardate in alto sulla finestra del vostro browser.

Andiamo avanti. Abbiamo quasi finito. Dopo il TAG di chiusura di HEAD, nella due righe sottostanti, scrivete:

<body>

</body>

Separate i due nuovi TAG lasciando una riga vuota tra loro. A questo punto dovreste avere una situazione come mostrato in figura.

Se vi sono avanzate delle righe vuote non preoccupatevi, tanto il browser non le legge. Comunque potete sempre eliminarle col tasto ‘BACKSPACE’ sulla tastiera.

Il nuovo TAG BODY, che abbiamo aperto e chiuso sempre alla stessa maniera, è quello più importante per voi: sarà infatti tra <body> e </body> che inseriremo tutto il contenuto della nostra pagina web. Volete una prova? Niente di più facile. Tornate al vostro editor e dove avete lasciato la riga vuota (tra <body> e </body>) scrivete la frase Questa è la mia prima pagina web. Vi inserisco il codice finale qui sotto:

<!DOCTYPE HTML>
<html>
<head>
<title>La mia prima pagina web</title>
</head>
<body>
Questa è la mia prima pagina web!
</body>
</html>

Salvate il file index e andate ad aprirlo nella cartella MioSito. Quella che vedrete aprirsi all’interno del browser sarà la vostra prima pagina web!

Fantastico, vero!

Bene, ricapitolando:

_Le pagine web sono scritte nel linguaggio di marcatura denominato html.

_L’html è composto da una serie di TAG che ne indicano e determinano la struttura.

_Ogni TAG deve essere aperto e richiuso tramite l’apposita sintassi.

_All’interno del TAG HEAD troviamo il titolo della pagina e altre informazioni utili al browser e ai motori di ricerca

_All’interno del TAG BODY posso inserire tutti i contenuti della pagina web.

Prima di terminare questa parte del tutorial vi spiego il motivo per cui la nostra prima pagina web l’abbiamo chiamata INDEX. Effettivamente potevamo darle il nome che preferivamo, ma ricordate che, quando il browser si collegherà al server (quindi dopo che avrete fatto l’upload dei vostri file tramite client ftp) la prima pagina che andrà a cercare e che visualizzerà quando un utente digiterà l’indirizzo del vostro sito sarà quella denominata INDEX. Quindi la prima pagina del vostro sito web (la famosa home page) dovrà sempre chiamarsi INDEX, non lo dimenticate. Quando lavorate in locale e state facendo delle prove, potete chiamare le vostre pagine come preferite. Se volete togliervi la curiosità, provate a rinominare il file index.html all’interno della cartella MioSito. Chiamatelo come vi pare e provate ad aprirlo. Non cambierà niente.

Bene, per questa parte del tutorial è tutto. Nella prossima parleremo del TAG DIV e lo utilizzeremo per costruire una pagina più complessa.

Stay Tuned!

 


Tutorial Web Design – Nozioni e Software (2)

In Internet, Programmazione, Tutorial || il

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Come accennato in chiusura nell’articolo precedente, in questa seconda parte del tutorial daremo uno sguardo a qualche software per l’elaborazione grafica e cercheremo di capire e come funziona lo spazio web che ospiterà i file del nostro sito.

Cominciamo dai software. Benché sia possibile realizzare una pagina web senza l’ausilio di immagini (questa la pagina del guru dell’usabilità Jakob Nielsen), credo che a chiunque faccia piacere, o possa avere la necessità, di inserire nel proprio sito almeno una foto o un logo. Per farlo ci occorre quindi un software che ci permetta di progettare o modificare o ritoccare queste immagini. Alzi la mano chi alle parole software per grafica non ha pensato al celebre Photoshop! Suppongo che più o meno lo abbiate fatto tutti ed è anche logico, visto che il mostro della Adobe è un signor programma ed è anche quello maggiormente utilizzato, sia in ambito professionale che amatoriale.

Il sottoscritto usa Photoshop, ma anche un altro paio di programmi che meritano, secondo me, di esssere presi in considerazione. Eccovi l’elenco, breve ma esaustivo.

 

Adobe Photoshop (Windows e Mac OS X)

Gimp (Windows, Linux, Mac OS X)

Paint.NET (solo Windows)

Potrei citarne altri, ma credo che questi siano quelli più efficienti, quindi meglio non dilungarsi oltre. Fatemi fare soltanto un paio di precisazioni doverose. La prima è che Gimp e Paint.NET (su Paint.NET avevo scritto un breve tutorial tempo fa, se vi interessa) sono gratuiti (il primo è open source e il secondo freeware, cliccate qui per approfondire il concetto), mentre Photoshop è a pagamento. La seconda è che, se siete agli inizi e non volete perdere tempo per capire come muovervi tra le mille funzioni di Photoshop o Gimp e avete intenzione di focalizzarvi maggiormente sulla costruzione delle pagine web, allora Paint.Net fa al caso vostro. E’ un programmino decisamente completo nella sua semplicità e vi permetterà di lavorare con una certa disinvoltura già da subito.

Bene, procuratevi quindi il software che maggiormente vi stuzzica l’interesse ed installatelo. Poi continuate a leggere il resto dell’artico, dove introdurremo i concetti di ftp, server e hosting.

DOVE METTO I FILE DEL SITO PER FARLI VEDERE IN RETE?

Bene, diciamo che abbiamo terminato il nostro sito web e vogliamo pubblicarlo in rete. Che dobbiamo fare? Il primo passo è quello di procuraci un spazio web. Abbiamo due alternative: a pagamento o gratis. Qui la scelta dipende da voi e dalle vostre esigenze. Diciamo che uno spazio a pagamento vi costerà una cifra che oscilla dai 30 ai 50 euro all’anno e vi fornirà spazio illimitato o quasi, qualche casella di posta elettronica e alcuni servizi come back-up o antivirus. Soprattutto vi darà diritto a scegliere un dominio di secondo livello, del tipo www.vostronome.com. Se volete uno spazio gratuito, vi dovete rivolgere a quei portali che permettono di registrare domini di terzo livello presso di loro. Un esempio è la community di Altervista che vi assegnerà un dominio del tipo www.vostronome.altervista.org.

Qualunque sia la vostra scelta sappiate che vi sarete rivolti ad un servizio di web hosting. E’ la vostra prima volta? Tranquilli, non è così terribile come potrebbe suggerire il nome. Ma di cosa si tratta? Col termine hosting ci si riferisce ad un servizio che consiste nell’ospitare delle pagine web all’interno di un server, permettendo a chiunque navighi nella rete di accedervi, tramite l’utilizzo di un browser e la digitazione di un URL o un indirizzo IP o una ricerca su Google!

Adesso vi spiego anche cosa è un server, anche se immagino che qualcuno ci rimarrà male. E si, perché un server web non è altro che un computer (tipo quello che state usando in questo momento, ma solo un tantino più potente) collegato alla rete internet e che ha il compito di soddisfare le richieste che gli pervengono dai vari client. E i client siamo noi. Quando digito sulla barra degli indirizzi del mio browser www.marcomancinelli.eu e batto invio, io divento il client che sta contattando un altro computer, il server, all’interno del quale c’è un hard disk dove il fornitore del servizio di hosting ha copiato i file del sito marcomancinelli.eu.

Niente di più facile.

QUINDI, SE HO CAPITO BENE, QUANDO HO FINITO IL MIO SITO WEB NON DEVO FARE ALTRO CHE COPIARE I FILES  DAL MIO COMPUTER AD UN ALTRO?

Se questa è la domanda che vi stavate facendo, vi rispondo in maniera affermativa. Dovete solo copiare i files su un altro computer. Ovviamente non potete fare un copia e incolla come fareste su un normale file del vostro hard disk. Il motivo è semplice: il server non siete voi e chissà dove accidenti si trova fisicamente.

Ma a tutto c’è una soluzione. In questo caso ha un nome breve, che tanto per cambiare è un acronimo: FTP ovvero File Transfer Protocol. Senza scendere troppo in dettagli, ci basta sapere che si tratta del sistema utilizzato per lo scambio di informazioni tra due o più computer collegati alla rete. Per utilizzarlo abbiamo bisogno di un programmino che genericamente viene chiamato client. Lo scambio di dati via FTP necessita infatti di due soggetti distinti. Uno è il server che rimane in ascolto e l’altro è il client che gli dice cosa ha intenzione di fare. Nel nostro caso, il client FTP farà da tramite nel copia e incolla dal vostro hard disk a quello del server che ospita lo spazio web che avete registrato.

Anche qui mi sembra abbastanza facile. Ora non vi resta che procurarvi un client decente. Io vi suggerisco Filezilla. E’ un software open source, facile da usare e affidabile. Ovviamente potete fare una ricerca in rete e orientarvi su un altro programma, se preferite. La sostanza non cambia, tanto i client ftp fanno tutti la stessa cosa!

Bene! Adesso che avete il vostro editor html installato, il vostro programma di editing grafico installato e il client FTP installato…Direi che possiamo cominciare con la parte più interessante del tutorial.

La parte tre di questo tutorial vi introdurrà al mondo dell’html e vi permetterà di scrivere la vostra prima pagina web.

Stay Tuned!

 


Tutorial Web Design – Nozioni e Software (1)

In Internet, Programmazione, Tutorial || il

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Salve a tutti.

Inauguro col nuovo anno (che è già cominciato da un po’ in effetti) questa nuova sezione del blog, dedicata nel caso specifico ad un tutorial sui passi fondamentali che portano alla realizzazione di un sito web.

Direi di cominciare subito con una definizione. Cosa è un sito web? Un sito web è un insieme di pagine web i cui contenuti sono legati da collegamenti ipertestuali. L’insieme di queste pagine risiede su un server ed è raggiungibile da un browser tramite la digitazione di un indirizzo IP o della URL.

Un browser è un programma che permette di navigare nella Rete, tipo Internet Explorer, Mozilla FIrefox o Google Chrome.

L’indirizzo IP (Internet Protocol Address) è un numero che identifica univocamente un dispositivo all’interno di una rete che utilizza proprio l’internet protocol come protocollo di comunicazione.

L’URL (Uniform Resource Location) non è altro che una sequenza di caratteri che identifica univocamente una risorsa all’interno di una rete. Ad esempio la URL di questo blog è http://www.diaridiarkham.com.

 

Bene, andiamo avanti. Abbiamo detto che un sito web è un insieme di pagine web. Ma cosa è una pagina Web? La definizione di wikipedia è perfetta: “Una pagina web è il modo in cui vengono rese disponibili all’utente finale le informazioni del World Wide Web della rete Internet tramite un browser.” Credo che sia chiaro e non necessiti di spiegazioni ulteriori. In definitiva una pagina web è l’organizzazione di contenuti (immagini, testi, video, ecc…) destinati alla fruizione degli utenti della rete Internet.

Una pagina web può essere molto complessa (vedi ad esempio le home di alcuni portali, tipo ebay) e organizzare una mole di contenuti considerevole o anche molto semplice (una pagina contenente una singola immagine, ad esempio).

CHI PUO’ PROGETTARE UNA PAGINA WEB?

La risposta a questa domanda è molto semplice: tutti possono creare una pagina web.

Quali sono gli strumenti necessari per creare una pagina web? Gli arnesi del mestiere sono abbastanza semplici. Con un buon editor di testi, un editor di immagini e un client FTP è possibile dare in pasto tutto il mondo i propri contenuti.

Ma andiamo con ordine, senza fare confusione. Quindi andiamo a procurarci questi benedetti ferri del mestiere!

PROGRAMMI PER REALIZZARE UN SITO WEB

Per scrivere le nostre pagine abbiamo a disposizione una serie incredibili di risorse. Ci sono software a pagamento e (per fortuna) anche software gratuiti. Io utilizzo Notepad++ (in ambiente Windows), ma siete liberi di usare quello che più vi piace. Qua sotto elencherò una serie di Editor che fanno tutti più o meno la stessa cosa. Volutamente lascerò fuori programmi più complessi come Dreamweaver o altri software ad interfaccia visuale di tipo What You See Is What You Get. Il motivo è semplice: almeno all’inizio è bene imparare a scrivere il codice a mano, per capire costa si sta combinando. Ecco di seguito alcuni software gratuiti. Io utilizzerò Notepad++ in ambiente windows, ma voi potete usare il S.O. che preferite e l’editor che più vi aggrada.

Alleycode HTML Editor (solo piattaforma windows)

Aptana Studio (Windows, Linux, Mac OS X)

Arachnophilia (multipiattaforma, con Java)

Bluefish (solo piattaforma Linux)

Notepad++ (solo piattaforma Windows)

Io vi ho indicato questi, ma ce ne sono tanti altri. Scaricate ed installate quello che vi sembra più adatto. Il mio consiglio è di rimanere sul semplice. Vi direi di usare direttamente il block notes di Windows, ma tutti questi editor che ho menzionato permettono di evidenziare il codice, rendendolo più leggibile. Tanto per darvi un’idea, guardate le due immagini che seguono. Ho copiato e incollato il codice della home di youtube su una pagina del block note di windows  e su una pagina di notepad++. Non credo ci sia bisogno di commenti.

Qui si conclude la prima parte di questo tutorial. Nella seconda vedremo qualche editor grafico e ci addentreremo nel mondo dell’hosting!

Stay Tuned!


Mini guida Terminale Ubuntu

In Internet, linux || il

Ubuntu
Tempo fa mi è capitata tra le mani una vecchia serie di appunti che mi sono stati di aiuto mentre cercavo di imparare ad usare Linux (Ubuntu) dal terminale. Ho riorganizzato il materiale che avevo a disposizione e ho creato una specie di piccola guida personale. Ho deciso di pubblicarla su questo blog, perché magari potrà essere di aiuto a qualcuno. Si tratta di un vademecum con i comandi base del terminale, utili per chi si avventura da novizio nel mondo della console di Linux.

La trovate in due file, un pdf e un odt (Open Office) che potrete modificare a vostro piacimento. Spero che qualcuno la trovi utile!

Scarica qui il pdf

Scarica qui odt (Open Office)

Se decidete di ridistribuire la guida, ricordatevi che:

Il marchio Ubuntu è di proprietà di Canonical LTD (Isola di Man), www.canonical.com

Larry Ewing, Simon Budig and Anja Gerwinski detengono il copyright del Pinguino Tux che ho ridisegnato e adattato alle esigenze della guida.


Proviamo Ubuntu

In Internet, linux || il

Per chi non ne fosse a conoscenza, voglio svelare un segreto: Windows non è l’unico sistema operativo col quale possiamo far funzionare un computer! Molti di voi saranno saltati dalle sedie a questa notizia e proprio a voi provetti Sotomayor voglio rivolgermi. Chiariamo innanzitutto un concetto basilare: cosa è un sistema operativo? Dalla pagina di wikipedia che tratta questo argomento si legge: “In informatica il sistema operativo, in sigla SO o OS (la seconda del sinonimo inglese “operating system”), è un insieme di subroutine e strutture dati responsabile del controllo e della gestione dei componenti hardware che costituiscono un computer e dei programmi che su di esso vengono eseguiti“. In parole povere, anzi poverissime, possiamo dire che il sistema operativo è quel programma che permette a noi comuni mortali di interagire col nostro computer e con tutti i pezzi (hardware) di cui è composto ( scheda video, ram, hard disk, ecc… ). La stragrande maggioranza di noi utilizza i SO della Micrsoft, altri quelli della Apple (chi possiede un Macintosh ) e altri ancora quelli targati Unix. In realtà di sistemi operativi ce ne sarebbero anche altri e, se qualcuno volesse approfondire, ecco un link da wikipedia.

Torniamo a noi! Tra i sistemi Unix ve ne sono alcuni chiamati Unix-like. Sono SO nati e sviluppati seguendo le specifiche Unix, ma che non hanno, per motivi legali, la certificazione per definirsi tali ( il percorso per ottenere questa certificazione è lungo e costoso ). Uno di questi sistemi in particolare ha trovato un vastissimo utilizzo da parte di una grossa fetta di utenza. Il suo nome è Linux. Questo SO nasce all’inizio degli anni ’90 ad opera di un giovanissimo programmatore e hacker finlandese che risponde al nome di Linus Torvalds. Per moltissimo tempo questo sistema operativo ha trovato un ampio utilizzo nei server. Da qualche anno, però, ci sono numerosissimi progetti che lo hanno adattato anche ad un più modesto utilizzo desktop, facendo la gioia di tantissimi appassionati. Stime alla mano, la Microsoft detiene saldamente il controllo del mercato con più dell’80% di utenti, ma negli ultimi anni Linux si è fatto strada, rompendo la soglia dell’1% di utilizzatori. Sul lato server le cifre cambiano, in considerazione che il sistema denominato LAMP (Linux – sistema operativo, Apache – web server, MySQL- database server, Php o Perl o Pyton – linguaggi di scripting) è uno dei più utilizzati. Per intenderci, colossi come Wikipedia e Facebook utilizzano la piattaforma LAMP. Ma torniamo all’ambiente desktop. Oggi vi sono tantissime distribuzioni che sono basate sul Kernel di Linux, la più popolare è sicuramente Ubuntu. Lo slogan ufficiale di questo SO è “Ubuntu: Linux per esseri umani“. Tra poco vi spiegherò come potete installarlo sul vostro pc senza dover rimuovere windows e senza dover creare partizioni o altre diavolerie sul disco fisso. Prima di continuare, però, elencherò i motivi (direttamente dal sito ufficiale)per cui installarlo si potrebbe rivelare uno dei più bei regali che vi siete mai fatti:

 

1L’installazione è semplice e veloce: Tutto ciò di cui avete bisogno è contenuto in un solo CD, che grazie alla semplice installazione grafica vi permetterà di avere un ambiente di lavoro completo in appena 25 minuti! Se non bastasse, oltre 20000 pacchetti software sono disponibili via internet, alla portata di un “clic”!

2Massima sicurezza: Ubuntu è stato progettato per essere sicuro al 100%. Gli aggiornamenti di sicurezza sono garantiti per almeno 18 mesi, che nelle versioni con supporto a lungo termine (LTS) diventano 3 anni per l’edizione desktop e 5 per quella server.

3– Edizioni regolari: Il team di Ubuntu rilascia una nuova versione ogni 6 mesi, in edizione desktop e server. Questo significa che avrete sempre il software più innovativo che il mondo open source ha da offrire!

4 – Pronto all’uso: Subito dopo l’installazione il vostro sistema sarà immediatamente pronto all’uso!  Nell’edizione desktop troverete un set completo di applicazioni per l’ufficio, per navigare in internet e gestire la posta elettronica, per la grafica e per l’intrattenimento! Nell’edizione server ci saranno solo le componenti essenziali per essere subito operativi.

5E’ tutto a costo zero: Ubuntu è, e sarà sempre, libero e completamente gratuito. Non dovrete mai pagare alcun costo di licenza. Scaricate Ubuntu, usatelo e condividetelo con i vostri amici, familiari o colleghi di lavoro.

Ubuntu prende il nome da un’antica parola africana che significa umanità agli altri, oppure io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti. Il sistema operativo Ubuntu porta lo spirito di Ubuntu nel mondo del software.

Come installare Ubuntu su Windows:

Ubuntu è stato concepito per essere il più semplice ed intuitivo possibile e queste caratteristiche sono state riversate anche in tutte le sue applicazioni. Per questo l’installazione su un sistema operativo Windows risulta molto semplice e veloce, al pari di qualsiasi altra applicazione possiate aver installato sul vostro computer. Ad aiutarci in questo processo ci pensa un software, un installer per la precisione, chiamato Wubi. Non dobbiamo far altro che scaricarlo dal sito ufficiale (figura 1), cliccando su link al centro della pagina.

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In basso a destra trovate anche i requisiti minimi per poterlo far funzionare, ma sono talmente “minimi” che non dovrebbero esserci problemi, parliamo infatti di 340 mb di ram e di 5gb di spazio libero sul disco. Potete installare Ubuntu su win 98, 2000, xp e Vista. Prima di procedere conviene eseguire una deframmentazione del disco fisso su cui viene installato Wubi, questo per prevenire un errore generico che si verifica ogni tanto, quando l’installer trova un disco troppo frammentato e genera un errore chiamato grub error code 15″. Personalmente non l’ho fatto e l’ultima deframmentazione risale ad almeno un anno fa, ma non ho avuto problemi. Un altro errore che potrebbe generarsi (ma qui ci fermiamo, perché sono solo questi due) è il “grub error code 17”. Questo si risolve più velocemente, basta infatti andare su risorse del computer (win xp) o su Computer (Win Vista) e fare click destro sul disco in cui avete scaricato Wubi, cliccare poi su Proprietà e rimuovere il segno di spunta da “Comprimi unità per risparmiare spazio su disco“. Il più delle volte queste due operazioni non sono necessarie e, quando avviate Wubi, vi si aprirà la finestra che vedete nella figura 2.

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Bene! A questo punto non dovete far altro che settare i parametri richiesti. Drive in cui installare Ubuntu (C: o D:, in base a quello che preferite, di solito è C: se non avete altre partizioni o dischi aggiuntivi sul computer), selezionate la lingua scelta e impostate un nome utente ed una password (la password vi servirà per accedere al SO e per effettuate installazioni di software o per impostare determinate preferenze al sistema. Se non la scegliete, nessuno ve la chiederà successivamente, come su Windows, per intenderci). A questo punto cliccate su installa e aspettate che il processo abbia termine automaticamente. Wubi scaricherà direttamente da internet la versione di Ubuntu che gli occorre (di solito è l’ultima), ma, se volete portarvi avanti col lavoro, potete tranquillamente scaricarvela dal sito ufficiale (qui), la versione desktop, mi raccomando! Se wubi troverà il file già scaricato ( sia l’installer Wubi che il file ISO di Ubuntu dovranno trovarsi nella stessa cartella ), ovviamente salterà la fase del download e passerà all’installazione vera e propria. Quando avrà terminato, vi chiederà di riavviare il computer. Fatelo e noterete che, prima di caricare il sistema operativo, il vostro pc vi chiederà quale sistema volete avviare: Windows o Ubuntu. Inutile dirvi quale dovete selezionare, spero!!!! Al primo avvio dovrete pazientare ancora un pochino (ma vi assicuro che la procedura di installazione è veramente veloce, solo pochi minuti) e lasciare che Ubuntu termini tutte le operazioni. Al termine si riavvierà il computer (da quel momento ogni volta che accenderete il vostro pc vi si chiederà quale sistema operativo far partire) e potrete iniziare a divertirvi con Linux, scoprendo le migliaia di sorprese che vi riserverà.

Piccola nota personale: Dopo l’installazione di Ubuntu ho dovuto scaricare i driver aggiornati per la mia scheda grafica ( GeForce 8600 GT ) in quanto l’acceleratore grafico non funzionava; me ne sono accorto utilizzando alcuni programmi. Per farlo è stato sufficiente andare su Sistema ——> Amministrazione —–> Driver Hardware. Da quel pannello Ubuntu scarica tutti i driver che gli occorrono per far funzionare il vostro computer. Praticamente fa tutto da solo, dovete solo cliccare sul tasto per installarli dopo che li ha trovati.

Per concludere voglio spiegarvi semplicemente cosa accade al vostro computer, quando installate Ubuntu con questo sistema. Windows considererà Wubi come un qualsiasi altro programma, tanto che potrete disinstallarlo senza problemi come fareste per qualsiasi altro software, dal pannello “installazione applicazioni” di Windows. Wubi non modifica il vostro sistema (o quasi, come leggerete qualche riga più sotto) e non crea partizioni sui dischi fissi per ospitare il nuovo sistema operativo. Infatti tutto viene caricato su un disco virtuale creato all’interno dello stesso file system di Windows. Il resto dell’hardware però non è emulato come in una virtual machine e proprio questo vi permette ad esempio di usufruire dell’accelerazione 3d delle vostre schede grafiche! L’unica modifica apportata al sistema è un aggiornamento del bootloader ( il programma che carica il sistema operativo ) in modo che all’avvio del PC l’utente possa scegliere se avviare Windows oppure Ubuntu; in pratica al bootloader originale fornito da Windows viene ad affiancarsi Grub ( il bootloader di Linux ) come bootloader secondario.

Ovviamente, i file che avete nelle cartelle di Windows ( tipo le vostre foto nella cartella Immagini dentro a Documenti ), non saranno accessibili da Ubuntu ( e viceversa ) e così i programmi. Ma per quello non ci sono grossi problemi. Linux ha a disposizione migliaia di software, tutti rigorosamente gratuiti, con i quali potrete rendere completo e insostituibile il vostro nuovo sistema operativo.

Concludo con le parole di  Mark Shuttleworth, fondatore di Ubuntu, che nel 2004  ha “scoperto” un bug fondamentale in Ubuntu, alla cui risoluzione si dovrebbe dedicare ogni energia:

“Microsoft ha la fetta più grossa del mercato dei nuovi PC desktop. Questo è un bug e Ubuntu è concepito per risolverlo



Apophis 2036

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Apophis

Apophis

In un precedente articolo ( clicca qui per leggerlo ) ho descritto cosa accadrà tra qualche miliardo di anni nel nostro sistema solare. Visto che in questo periodo le storie sulle catastrofi vanno molto di moda, ho deciso di raccontarvene anche un’altra. Questa è un po’ inquietante, però. Non parla di fantomatiche profezie male interpretate o di spettacolari catastrofi talmente lontane da venire che non si riesce nemmeno a contare il tempo che ci separa da esse. Questa storia ha numeri precisi e fonti certe. Duemilatrentasei e una possibilità su duecentocinquantamila. La fonte certa si chiama Nasa.

La nostra storia comincia nel giugno del 2004, quando l’occhio di un telescopio di un progetto della Nasa alle isole Hawaii si posò su un asteroide che verrà chiamato 2004 MN4 (ribattezzato successivamente 99942 Apophis). Qualche mese dopo, a dicembre, altri osservatori della Nasa in Australia avvistarono lo stesso oggetto, mettendolo in relazione con quello scoperto sei mesi prima. A quel punto iniziarono i calcoli per verificare una possibile relazione tra l’orbita dell’asteroide e quella del nostro pianeta. Il responso fu di una possibilità su trentasette di impatto, poco meno del 3%.  Da allora si sono susseguite le stime, aggiustando il tiro grazie a nuovi avvistamenti. Ad ottobre di quest’anno la Nasa ha ufficialmente dichiarato che le probabilità di impatto sono di 4 su un milione (0,0004%). Anche le dimensioni dell’oggetto sono state al centro di numerose ricerche. Le stime attuali lo vedono grande all’incirca come due campi da calcio e mezzo (350 metri). E’ stato calcolato che, in caso di collisione, dovrebbe colpire la parte Orientale del pianeta (all’incirca tra il  MedioOriente e l’Australia). Gli effetti di tale impatto potrebbero essere disastrosi, basta pensare alla velocità cui viaggiano questi corpi (questo ha una velocità media orbitale di circa 37 km/s e un possibile impatto potrebbe avvenire ad una velocità di circa 12 km/s). L’oggetto è comunque troppo piccolo per causare danni globali, ma, colpendo zone abitate del pianeta, sarebbe la causa di diverse migliaia di chilometri di distruzione.

Se la Nasa tende a tranquillizzare e a minimizzare la minaccia. Dalla Russia arrivano invece voci di preoccupazione, tanto che il capo dell’agenzia spaziale russa, Anatoly Perminov, ha annunciato di voler interpellare una commissione internazionale per organizzare una missione con l’obiettivo di distruggere l’asteroide.

Quello che è certo è che per scongiurare qualsiasi minaccia di impatto sono state avanzate diverse soluzione tutte alla “portata” della nostra scienza: dal bombardamento con missili al trascinamento con una astronave teleguidata dalla Terra. Il “minaccioso” Apophis avrà vita difficile, a quanto pare!

In conclusione direi che possiamo dormire sonni tranquilli, anche se vale sempre la pena di ricordare che 1 probabilità su 250.000 è pur sempre una possibilità e, considerato che in ballo ci sono le sorti del nostro amato pianeta, forse sarebbe meglio non sottovalutare nessuna stima, seppure improbabile!!!

Ah, il nome dell’asteroide, Apophis, viene direttamente dal pantheon dell’antico Egitto. Apofi era infatti la nemesi del Dio Ra, che ogni notte cercava di annientare il Sole nel suo passaggio notturno. Non per niente era soprannominato il distruttore!!!!


Facebook e la privacy

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computer_proVediamo chi se ne accorge per primo. Oggi, collegandomi al noto social network fondato dal buon Mark Zuckerberg e giocherellando con le impostazioni relative alla privacy (chi vede cosa del tuo profilo!!!! ), mi sono reso conto che di default ce ne era qualcuna settata su “Amici degli amici” e non mi è parsa cosa buona e giusta. Così mi è venuto il dubbio e mi sono fatto un giretto sulle liste amici dei MIEI amici. Mi sono reso conto che potevo visualizzare i profili degli amici dei miei amici con queste limitazioni:
1 –TUTTI i profili (tra quelli visitati) avevano le foto della cartella “profilo” visibili

2 – Il 60% dei profili avevano visibili anche le rimanenti foto

3 – Il 20% dei profili erano COMPLETAMENTE visibili!!!!!

Vediamo quanto impiegherà la faccenda a generare un malcontento tra gli utenti di Facebook. Certo che, se le nuove modifiche dovevano migliorare la privacy……


La vera fine del mondo dopo il 2012

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supernovaeIn questi ultimi tempi si parla molto della profezia sulla imminente fine del mondo attribuita al popolo dei Maya. Come tutti sanno ormai tale previsione è stata effettuata in considerazione di uno dei calendari utilizzati da questa civiltà, per la precisione dal “Calendario del lungo computo“, che serviva per calcolare  il tempo trascorso dalla data della creazione del mondo secondo la mitologia Maya. Questo calendario, a differenza dei precedenti, era progressivo e suddivideva il tempo in cicli non ricorrenti (b’ak’tun) della durata di 144.000 giorni, suddivisi a loro volta, su base vintigesimale, in 4 ulteriori sottocicli. Il 20 dicembre 2012 terminerà il 13° b’ak’tunb’ak’tun (12.19.19.17.19 nella notazione originale del calendario) a cui farà seguito, il giorno successivo, il 14° (13.0.0.0.0). (fonte: wikipedia)

C’è chi sostiene che nel dicembre del 2012 la terra smetterà per qualche istante di ruotare attorno al proprio asse e compirà una sorta di “marcia indietro”, invertendo i poli magnetici; altri sospettano che vi sarà un allineamento di pianeti che darà luogo a sciagure ambientali mai viste (in realtà un semi allineamento dei pianeti del Sistema Solare è avvenuto proprio in questo anno). Altri imputano la distruzione finale a misteriosi quanto improbabili pianeti ( Nibiru ), la cui orbita gigantesca lo porterebbe addirittura fuori da qualsiasi possibilità di osservazione astronomica. E poi ci sono quelli che abbracciano la teoria extraterrestre, secondo la quale saranno proprio esseri provenienti da un altro pianeta ( e qui ci si rifà addirittura e vecchie tradizioni pseudo religiose come quella Sumera e il mito degli Anunnaki) a determinare l’estinzione della razza umana.

Cosa accadrà, se accadrà qualcosa, non lo sapremo fino alla data fatidica del 2012 e non mi interessa arrovellarmi sulla veridicità di tutte queste teorie. Quello che voglio fare è dirvi, con una certa approssimazione, quando e cosa accadrà PER CERTO, al nostro pianeta e al sistema solare.

 

Iniziamo con una immagine, tanto per capire di cosa stiamo parlando. Quello che vedete nella figura 1 è il nostro sistema solare, rappresentato in maniera semplificata. Il sole e i pianeti come ce li hanno spiegati a scuola. Ho inserito anche Plutone, sebbene dal 2006 l’Unione Astronomica Internazionale lo abbia declassato a pianeta nano. Ovviamente nella figura le distanze dei pianeti non sono in scala, mentre lo sono le grandezze (più o meno)!!! Se volete vedere l’immagine nelle sue dimensioni reali (800X450), seguite questo link.

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1 – Il Sistema Solare

Come avrete notato, la Terra è il terzo pianeta per vicinanza al Sole. La nostra Stella è un corpo celeste relativamente “giovane”, se paragonato all’età dell’Universo. Gli studi sul Big Bang hanno accertato (con buona approssimazione) che l’universo si è formato 13,7 miliardi di anni fa. Il Sole è il risultato dell’esplosione di una o più  Supernovae (esplosioni stellari) avvenuta circa 9 miliardi di anni dopo. Attualmente si trova in una fase che gli scienziati chiamano Sequenza Principale. In parole povere, la nostra Stella sta lavorando nel seguente modo: genera energia attraverso la fusione, nel suo nucleo, dell’idrogeno in elio.  Questo processo nucleare la mantiene stabile per quanto riguarda le dimensioni e la temperatura.

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2 – Gli strati del Sole

Fino a qui, tutto bene, come dicevano in un famoso film degli anni ’90. Il problema è che tra circa 5 miliardi di anni questo processo si fermerà. L’idrogeno all’interno del nucleo ( figura 2) si esaurirà e gli  strati più esterni della nostra Stella si espanderanno e si raffredderanno, assumendo una colorazione rossastra. Successivamente inizierà la fusione dell’elio ( a questo punto la temperatura all’interno del Sole sarà altissima, oltre 99 milioni di gradi centigradi ) con rilascio di carbonio e idrogeno. Raggiunta questa fase, il sole avrà delle dimensioni mostruose ( figura 3, seguite il link per vederla nelle dimensioni reali 800X450)  pari a 100 volte quelle attuali, ma avrà perduto gran parte della sua massa.

3 - Sole come Gigante Rossa

3 – Sole come Gigante Rossa

La sua atmosfera ingloberà Mercurio e Venere. Le sorti della Terra non sono ben chiare, in quanto i pareri scientifici sono discordanti. Qualcuno sostiene che farà la fine dei primi due pianeti, altri invece sono convinti che la perdita di massa del Sole farà slittare la sua orbita lontano dalla Terra. In ogni caso, la vita sul nostro pianeta sarà cessata da moltissimo tempo. Gli oceani saranno evaporati e gran parte dell’atmosfera sarà stata dispersa nello spazio. Per quanto riguarda il Sole, lentamente si raffredderà e gli strati esterni verranno spazzati via, mentre quelli interni collasseranno, dando vita ad una Nana Bianca ( una stella dalle dimensioni modeste, come quelle di Venere per esempio, e scarsa luminosità, dal colore tendente al bianco ). Dopo altre centinaia di miliardi di anni il Sole diventerà una Nana Nera ovvero una stella priva di luminosità che vagherà nello spazio per l’eternità (questa è una ipotesi, dato che finora non esistono Nane Nere da poter studiare, vista l’estrema “giovinezza” dell’Universo, rispetto ai tempi che conducono a tale sorte una stella). Comunque, la razza umana si sarà estinta da tempo, quindi è facile che non lo sapremo mai!


Navigare senza lasciare traccia sul computer (IE)

In Internet || il

Internet_explorerNel precedente articolo abbiamo visto come avviare una sessione di navigazione anonima in Mozilla Firefox. Adesso ci occuperemo di Internet Explorer. Ovviamente anche in casa Microsoft non si fanno trovare impreparati di fronte a certe esigenze di privacy. Vediamo come fare, ma prima una precisazione importante: la sessione anonima funziona SOLTANTO nella finestra in cui viene attivata e, ovviamente, in tutte le schede che in essa vengono aperte. Alla chiusura della finestra, cessa l’anonimato.

La prima cosa da fare è aggiornare alla versione 8 Internet Explorer, altrimenti non troveremo l’applicazione che ci permette di non lasciare traccia nella nostra sessione di navigazione. Successivamente apriamo una finestra del browser e andiamo a cliccare su Strumenti—–>InPrivate Browsing. Explorer aprirà una nuova finestra sulla cui barra degli indirizzi sarà possibile leggere la scritta InPrivate (figura 1)

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Da questo momento (mi raccomando, navigate solo nella finestra con la scritta InPrivate, altrimenti non funzionerà) il browser non registrerà in nessun cluster del vostro hard disk le pagine che visiterete. Collocherà delle informazioni temporanee tra i file di internet per facilitarvi la navigazione, ma li cancellerà alla chiusura della finestra.

Tutto molto semplice. Ricordo che la navigazione anonima su Internet Explorer, così come quella su Firefox, non vi rende invisibili ai server cui vi collegherete (per quello ci sono altri accorgimenti), ma semplicemente vi permetterà di non lasciare traccia sui vostri computer.

Per approfondimenti vi rimando al sito del produttore (Microsoft)


Navigare senza lasciare traccia sul computer (Firefox)

In Internet || il

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Molti di noi, soprattutto quando utilizzano un computer domestico, sentono l’esigenza di navigare senza lasciare tracce dei siti visitati, magari sulla cronologia del browser o sui file temporanei di internet. Una mano in questo senso ce la offre il buon Mozilla Firefox, che ci permette di tutelare la nostra privacy dagli occhi indiscreti di un familiare o di un collega di lavoro che utilizza il nostro stesso computer. Vediamo come fare:
1) Ovviamente il primo passo è quello di avere installato sul proprio computer Firefox. Se non lo avete, potete prelevarlo gratuitamente ( è un prodotto open source ) dal sito ufficiale, qui. Sappiate che è il secondo browser più utilizzato in rete ( circa il 32% degli utenti, contro il 58% di Internet Explorer ), se proprio vi fosse sconosciuto come prodotto.

2) Adesso è giunto il momento di rendere ufficialmente “top secret” le nostre scorribande in rete. Andate sul menu in alto e cliccate su Strumenti—–>Avvia Navigazione Anonima. Se è la prima volta che utilizzate questa opzione vi si aprirà un messaggio che vi chiede conferma di quanto state per fare. Confermate, cliccando sul tasto che dice “Avvia Navigazione Anonima” e il gioco è fatto. Da quel momento sul titolo della finestra del browser potrete leggere Navigazione Anonima. In pratica il buon firefox eviterà di:

_Salvare le pagine nella cronologia e nell’elenco a discesa della Barra degli indirizzi intelligente

_Inserire nel completamento automatico dei moduli ciò che avete digitato in modalità Anonima

_Inviare o salvare  password  durante una sessione di navigazione anonima

_Inserire eventuali file scaricati nel promemoria della finestra di download

_Mantenere in memoria eventuali cookie di siti web visitati

_Inserire file temporanei nella cache

<maggiori informazioni sul sito ufficiale>

E il segreto è assicurato!!!!!!


Creare uno sfondo per il desktop

In Grafica || il

Dopo aver acquistato un computer nuovo o dopo aver installato l’ultima versione di windows c’è sempre quell’attimo di panico nel quale ci troviamo a fissare lo schermo, devastati dall’inquietante dilemma: “Adesso che immagine ci metto sul desktop?”. Le opzioni sono diverse e vanno dal cercare qualcosa su internet al caricare una foto di famiglia da un vecchio cd, rispolverato per l’occasione. Esiste tuttavia un terza possibilità, che personalmente è quella che preferisco: crearsi da soli la propria immagine. Vediamo come procedere.

Prima di tutto ci procuriamo una programma di image editing, meglio se free o open source. Io ho utilizzato il versatile Paint.net, scaricabile da qui (versione 3.5 beta) e localizzato in italiano. Se volete informarvi prima di effettuare il download, questo è il sito dello sviluppatore. Nessuno vi vieta di utilizzare un software come Photoshop ( a pagamento ) o Gimp (open source ), ma per quello che dobbiamo fare non vale la pena di scomodare due giganti della grafica come questi.

La seconda cosa, fondamentale, che dobbiamo avere è un collegamento ad internet, poi siamo pronti a partire.

Il primo passo è quello di andare sulle impostazioni dello schermo (tasto destro sul desktop —–> Proprietà—–>Impostazioni) e prendere visione della risoluzione del nostro monitor (figura 1).

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Nel mio caso è 1280X1024. Questa operazione è importante, in quanto ci permette di capire le dimensioni esatte che dovrà avere la nostra immagine, per evitare che risulti deformata o tagliata quando andremo ad utilizzarla.

 

Successivamente possiamo avviare Paint.net. e, come prima cosa, impostiamo lo stage di lavoro con le dimensioni che ci occorrono. Possiamo farlo dal menu File—->Nuovo e dalla maschera che ci appare andiamo a personalizzare il piano di lavoro (figura2).

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Mi raccomando la risoluzione, 72 pixel (anche se ho notato che il programma da 96 di default, va bene anche così). Ora non ci resta che cercare una immagine o una foto che ci piaccia. Le alternative sono moltissime, avendo a disposizione una connessione ad internet. Possiamo effettuare una ricerca tramite google, limitando i risultati alle immagini oppure accedere ad uno dei tanti siti che mettono a disposizione foto scaricabili ad alta risoluzione, come ad esempio http://www.sxc.hu/ del quale ci siamo occupati in un precedente articolo. Ovviamente sarà nostra premura rivolgerci a quelle immagini che più si avvicinano alle dimensioni e, soprattutto, alle proporzioni del nostro desktop. Io ho scelto questa immagine (figura 3).

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L’ho copiata e incollata sullo stage di Paint.NET direttamente dal sito di stock.xchng, ma potevo anche salvarla sul mio hard disk e importarla su Paint.NET. Ho volutamente scelto una foto un po’ scarna di contenuti per due motivi fondamentali: ho voglia di personalizzarla (altrimenti non avrebbe senso crearsi da soli uno sfondo per il desktop) e ho bisogno di un punto “vuoto” sulla foto, perché dovrò posizionarci le mie icone e non ho intenzione di diventare cieco ogni volta che ne cerco una e mi si confonderà con i colori e la fantasia dell’immagine!

Proseguiamo!

Visto che sono un forsennato sostenitore dei software open source, mi viene in mente che potrei aggiungere un logo alla mia immagine e vado a cercare quello di Mozilla Firefox (figura 4).

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Lo importo sul mio stage (figura 5)

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e con la bacchetta magica (figura 6)

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seleziono ed elimino lo spazio bianco sul logo che non mi serve e ottengo un risultato come questo (figura7).

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Adesso cerco di “fondere” il logo con l’immagine. Per farlo,  seleziono il livello del logo sulla finestra livelli e poi clicco in alto su livelli—->proprietà livelli (figura 8).

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La maschera che mi apre la setto come in figura 9 (figura 9).

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Quello che ottengo nel dettaglio è questo (figura 10):

 

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Ovviamente, ancora non mi basta e così decido di aggiungere altro alla mia creazione. Mi procuro una nuova immagine (figura 11) per dare un po’ di sostanza al cielo della foto.

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Quindi la “fondo” con la composizione sullo stage di Paint.NET andando ad operare sempre con la maschera della impostazione dei livelli (figura12)

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Ottengo questa immagine (figura13)

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Adesso salvo la mia immagine da File—->Salva con Nome e scelgo l’estensione jpeg (figura 14)

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A questo punto non mi rimane che aprire l’immagine con il lettore predefinito di windows e cliccare col tasto destro del mouse e scegliere l’opzione Imposta come sfondo del desktop (figura 15)

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Visto che l’immagine ha gli stessi pixel della risoluzione scelta per il desktop (nel mio caso 1280X1024) Windows automaticamente la piazzerà al centro senza tagliarla, duplicarla, deformarla, ecc… (figura 16)

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E adesso abbiamo un desktop personalizzato in base ai nostri gusti e alla risoluzione del nostro monitor. Ovviamente con un pizzico di dimestichezza in più con Paint.NET saremo in grado di creare sfondi più belli e particolareggiati, magari utilizzando foto scattate da noi. Con un po’ di pratica e di fantasia le possibilità sono infinite!!!!




WordPress e Aruba, aggiornamento automatico!

In Internet || il

Il problema è già noto a tutti quei blogger che utilizzano la piattaforma di wordpress con server Linux su Aruba, in quanto si è verificato anche con una precedente release: l’ultimo aggiornamento, effettuato in automatico dal pannello di amministrazione del blog,  causa un “leggero” malfunzionamento del proprio sito, tanto da rimandarci errori tipo: “Server Internal Error 500” o messaggi di sciagura simile a questa. NIENTE PAURA!!!! Mantenete la calma e smettetela di bestemmiare tutti i santi del calendario. Il problema si risolve in pochi secondi, nel seguente modo: collegatevi al pannello di controllo di Aruba e cercate il link del file manager (figura1).

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Da lì cliccate sul link “Strumenti e Impostazioni” e poi su “Riparazione Permissions” (figura2).

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Il passo successivo è quello di ripristinare i permessi. FINITO!!! Provate a ricollegarvi al vostro blog e scoprirete con piacere che tutto è ripartito come prima!!!


Sigle DivX

In Internet || il

divx - xvid

divx – xvid

Benché la legge non lo permetta, è piuttosto facile imbattersi in materiale coperto da copyright, usando un comune programma di peer to peer ( p2p ). Una grandissima percentuale di questi file “illegali” è composta da risorse video ( ovvio che non tutti i video sonno illegali e vincolati da copyright ) che riproducono, con una qualità più o meno accettabile, le centinaia di film che si alternano periodicamente nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Ai più attenti non saranno sfuggite certamente tutte quelle ambigue ed incomprensibili sigle che arricchiscono il nome del file. Una cosa del  tipo: ” L’esercito.delle.12.scimmie.LD.R5.Xvid-Ciccio.avi “. I più curiosi si saranno sicuramente domandati cosa accidenti volessero significare quei codici assurdi e, spezzando la coltre di ignoranza che li aveva accecati fino a quel momento, avranno scoperto che si trattava di sigle di codifica per determinare la qualità del filmato. Appare lampante quindi che la conoscenza dei significati di tali codici si rivela fondamentale nella scelta del file da scaricare ( ma ricordatevi sempre che state infrangendo la legge, se si tratta di materiale coperto da copyright ), evitandoci di perdere tempo nel download di un filmato che poi si vedrà sfocato o sarà corredato da un audio rimbombante e sovrastato da fruscii o altri rumori.

 

Ecco di seguito elencate le sigle più comuni che è possibile trovare:

Qualità VIDEO:

CAM : questa sigla significa che il filmato è stato ripreso all’interno di una sala cinematografica. La qualità è di solito piuttosto scadente.

TS (TeleSync): anche in questo caso la ripresa è stata fatta all’interno di un cinema, ma con una macchina professionale e un treppiede e magari con la sala vuota. La qualità è già più abbordabile del metodo CAM e, in mancanza di meglio, ci si può accontentare.

TC (TeleCine) : questo tipo di ripresa è piuttosto raro, perché effettuato direttamente nelle sale di riversaggio dalla bobina del film e richiede una attrezzatura molto costosa. La qualità è decisamente migliore rispetto al CAM e al TS.

DVDSCR : la qualità del filmato è molto buona, perché preso direttamente dai dvd che le case cinematografiche inviano ai critici o ai censori per le visioni in anteprima. Possono contenere informazioni sul copyright che appaiono di tanto in tanto sullo schermo o scene in bianco e nero.

VHSSCR : come per il DVDSCRN, ma ottenuto da un vhs. La qualità è discreta, ma decisamente inferiore al DVDSCRN.

DVDRip : si tratta di filmati ottenuti dalla compressione dei dvd originali tramite appositi software e trasformati in DivX o XviD. La qualità è di solito ottima, ma si trova di solito dopo la commercializzazione del dvd originale.

VHSRip: filmato ottenuto da una videocassetta originale (vhs). La qualità è buona.

R5 : Con questa sigla si indicano quei file video provenienti dalle regioni asiatiche, la cui qualità è simile ai DVDRip. Generalmente sono accompagnati da una stringa che identifica anche  provenienza della fonte audio, ad esempio ” LINE.ITALIAN “. Possono essere presenti dei sottotitoli.

BDRip : questa sigla indica che il filmato è stato compresso da una fonte BluRay. La qualità è simile dal DVDRip.

HDTV : in questo caso il file video proviene da una registrazione effettuata da tv ad alta definizione e la qualità è molto buona, simile al DVDRip

DTTRip : questa sigla la si trova spesso associata a file video che si riferiscono a serie televisive ed indica che la registrazione è stata effettuata da un canale digitale terrestre. La qualità è molto buona.

Qualità AUDIO:

MD : L’audio è stato preso tramite microfono all’interno della sala cinematografica. La qualità è scarsa e può essere peggiorata o migliorata da alcuni fattori, quali la presenza di persone in sala ( spesso si sentono commenti o risate del publbico ) o il tipo di macchine utilizzate per la registrazione.

LD : L’audio è stato preso tramite un jack collegato alla macchina da presa. La qualità è molto buona.

AC3 : L’audio è preso direttamente dai DvD commerciali. La qualità è molto buona.

RIPPER :

Accanto alle sigle già citate è facile trovare anche dei nomi tipo: Silent, Republic, SiD e molti altri. Questi indicano la persona o il gruppo di persone che ha realizzato il filmato ( in gergo si dice che lo ha “rippato” ovvero che ha effettuato il ripping ) e spesso sono buoni indicatori per predeterminare la qualità del filmato.

In conclusione, quando scarichiamo un file video, verifichiamo prima la sua qualità, se non vogliamo spiacevoli sorprese alla fine, dopo magari aver atteso una giornata buona per il download di un film che non rispetta i nostri standard di accettabilità per una serena visione.

Ricordatevi sempre che scaricare materiale coperto da copyright è illegale!!!!


Dura Lex Sed Lex

In Attualità || il

Oggi la Consulta riunitasi per sentenziare sulla costituzionalità della legge denominata “Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato”, meglio conosciuta col nome di Lodo Alfano, ha deciso che la legge è “incostituzionale”, in quanto viola  due articoli fondamentali della Costituzione Italiana, precisamente il 3 e 138.

L’articolo 3 recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

L’articolo 138 recita:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

La decisione di incostituzionalità del Lodo Alfano non è però giunta con risultato di voto unanime, ma con un voto di maggioranza ( nove giudici per l’incostituzionalità e sei contro ).

Dura Lex Sed Lex


Programmini Utili

In Internet || il

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Uno dei dilemmi cui ci si trova davanti quando si acquista un nuovo computer è di solito quello legato a quali programmi sia più saggio installare sul proprio sistema operativo. Ormai la rete offre l’accesso a migliaia di software più o meno utili a costo zero, soprattutto grazie all’avvento della filosofia dell’open source, e risulta quindi molto semplice arricchire il proprio computer con le più disparate utility.

A mio avviso però i programmi veramente utili ( eccezione fatta per specifiche esigenze, tipo se siete un appassionato astrofilo vi scaricate l’ultima release di Stellarium, ma in caso contrario ne fate volentieri a meno ) si contano sulle dita di una mano e già da soli sono sufficienti a rendere il vostro sistema operativo realmente operativo! Spesso, soprattutto se si acquista un computer in un centro commerciale o da un grosso distributore, al primo avvio ci rendiamo conto che sono stati installati dei programmi perfettamente inutili, che a buon bisogno resteranno inutilizzati per tutta la vita della nostra macchina. Mi riferisco a tutti quei software legati ai vari componenti hardware del nostro computer. Così è facile che insieme alla scheda grafica “GeForceblablabla” il venditore abbia pensato bene di installare anche  il classico visualizzatore di immagini ingombrante che occupa metà memoria ogni volta che lo si lancia, oppure l’orrendo e incomprensibile programma di foto editing che fa rimpiangere Paintbrush di windows.

 

Personalmente sono 5 i programmi ai quali non rinuncio e che reputo fondamentali per rendere efficiente il mio computer:

1) Winzip. A partire dalla versione xp, per tutti gli utenti di windows, è presente un comando per la creazione di archivi compressi, accessibile attraverso il tasto destro del mouse, direttamente sul file da comprimere. Avere a disposizione sul proprio computer di un sistema che permetta di gestire i file in formato zip ritengo sia fondamentale, considerato che la maggior parte delle cose che scarichiamo da internet vengono compresse per motivi di spazio e di download. Ovviamente “zippare” un file o una serie di file ci torna utile anche se dobbiamo inviare qualcosa via mail, facendoci risparmiare tempo nell’upload e permettendoci di organizzare in un unico archivio una gran quantità di file.

2) Winamp. Ormai l’mp3 è diventato lo standard per la musica domestica. Abbiamo file mp3 nei nostri Ipod, nei telefonini, nello stereo in macchina e, ovviamente, nei nostri computer. Se utilizziamo un programma di file sharing e decidiamo di condividere la nostra musica, lo faremo con file compressi mp3, ma anche se decidiamo di fare una copia dei nostri cd lo faremo in questo formato. Ovviamente in rete ci sono decine di lettori mp3 gratuiti, ma secondo me Winamp rimane quello migliore: intuitivo, essenziale, funzionale.

3) VlC. Lo affermo con assoluta certezza: se utilizzi windows, il buon Windows Media Player puoi tranquillamente disinstallarlo. VLC Media Player (che i più affezionati chiamano ancora VideoLan) permette di aprire e gestire qualsiasi file video, anche Dvd. Include nella sua installazione tutti gli ultimi Codec utilizzati per la compressione dei file video ed essendo un Software Libero è costantemente aggiornato e perfezionato. Per i più intraprendenti offre la possibilità di essere utilizzato come server per trasmettere in stream. E’ uno strumento potentissimo, in grado di gestire qualsiasi file video senza problemi. Dalle ultime versioni sono presenti anche dei plugin per Firefox ed Explorer che permettono di aprire nel browser file proprietari Quicktime e Windows Media senza bisogno di installare ulteriori programmi specifici.

4) OpenOffice. Un computer senza una suite da ufficio è un po’ come una bicicletta senza sellino. OpenOffice è un prodotto rilasciato con licenza LGPL (Software libero) ed offre una versatilità incredibile per un programma non a pagamento. E’ in grado di aprire e gestire tutti i file del più famoso Microsoft Office. Ci permette di scrivere testi, compilare database, operare con grafica vettoriale, creare presentazioni stile PowerPoint e moltissimo altro. OpenOffice si rivela uno strumento indispensabile sia per l’attività lavorativa che per quella ricreativa, permettendoci di creare sofisticati diagrammi per la nostra presentazione aziendale o di progettare un biglietto di auguri per il compleanno di nostro figlio.

5) BurnAware. Oggi il masterizzatore viene assemblato di default nei nostri computer, ma non sempre vengono forniti anche dei software adeguati. Di solito nei pc nuovi troviamo l’ultima versione di Nero in versione limitata di prossima scadenza. I più smanettoni riescono a crackare il programma della Ahead Software AG prima che finisca il periodo di prova. Per tutti gli altri consiglio BurnAware. Un software gratuito dall’interfaccia semplice e molto intuitiva che permette di masterizzare cd, dvd, blu-ray e hd-dvd e gestire i file iso, creandoli o masterizzandoli con una semplicità quasi imbarazzante.

Come dicevo all’inizio ci sono altri programmi che possono rivelarsi utili ( non ho citato l’antivirus, ma ovviamente è uno dei software che non deve MAI mancare sui nostri sistemi operativi), ma credo che quelli trattat siano un buon punto di partenza e costituiscano la base per iniziare ad utilizzare il nostro computer in maniera costruttiva.


Icone Gratis

In Grafica, Internet || il

icone_set

In questo articolo verranno inserite delle icone che potrete scaricare liberamente, utilizzandole per qualsiasi scopo, ma avendo sempre cura di rispettare la licenza d’uso cui sono sottoposte (cliccare qui per ulteriori dettagli). L’articolo verrà aggiornato periodicamente con l’inserimento di nuove immagini e alcuni tutorial o trucchi riguardanti la creazione di icone personali. Cliccando direttamente sulle immagini, si aprirà la finestra di dialogo del vostro browser che vi chiederà se volete salvare il file e vi permetterà di scegliere il percorso di destinazione sul vostro hard disk. Tutti i file sono in formato .zip e ogni archivio contiene al suo interno due file raster in formato .png e .jpg di dimensioni 200px X 200px e un file .psd che vi darà la possibilità di modificare l’immagine come meglio credete.

Di seguito i primi archivi disponibili:

 

Busta da lettera

Developer

Cartella

Mortaio

Mortaio

Clessidra

Clessidra

Cesoie

Cesoie

A breve ulteriori aggiornamenti….Stay Tuned!!!!


Negozi Vs Centri commerciali

In Attualità || il

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Centro Commerciale

Una volta c’era la passeggiata del sabato pomeriggio per le strade commerciali della città. Si andava con la famiglia o con gli amici a guardare vetrine in quei negozi che di solito non si aveva l’opportunità di visitare in mezzo alla settimana: abbigliamento di tendenza, oggettistica specializzata, arredamento, libri e altre amenità più o meno interessanti. Era una specie di rito sacro, come le partite di calcio la domenica pomeriggio.
Nella mia città, Roma, le strade si chiamavano Via del Corso, Viale Trastevere, o Viale Marconi, tanto per citarne qualcuna. Le attività commerciali in queste vie famose offrivano quella qualità e quella scelta che difficilmente avresti trovato nei negozietti popolari sotto casa. Di solito si andava a spendere il “gruzzolo” risparmiato durante il mese o la tredicesima fresca di assegno incassato, rincasando sempre con qualcosa da mostrare ai parenti col sorriso di soddisfazione per l’acquisto appena fatto. Oggi questa abitudine del nostro passato sta cominciando a perdere consensi. Il sabato pomeriggio non è più quella parte della settimana da dedicare allo “struscio” per le vie più blasonate della città, cercando di spendere i propri averi nella maniera più soddisfacente e proficua possibile, ma è diventata semplicemente quella parte della settimana in cui devi cercare parcheggio al centro commerciale.

 

All’inizio della stagione estiva dal sito della Confesercenti facevano sapere che “I negozi di vicinato continuano a registrare variazioni tendenziali negative (-3,2%, che al netto dell’inflazione diventa un -4,4%) anche se di minore entità rispetto ai mesi passati..” (clicca qui per leggere il documento intero).

La nuova tendenza per gli acquisti, soprattutto nelle periferie, è quella dei grandi centri commerciali: Roma Est, Tor Vergata, Porta di Roma, Commercity, tanto per citare quelli più grandi a Roma, dove si può essere accolti da  parcheggi chilometrici, servizi di ristorazione per ogni gusto, sale cinematografiche e ovviamente centinaia di negozi: abbigliamento per uomo, donna, bambino, supermercati, negozi di telefonia, accessori per la casa, librerie, entertainment, hi-tec e quant’altro vi possa venire in mente. Come se non bastasse, all’interno di questi colossi commerciali si trovano sempre i rivenditori delle grandi catene mondiali. Se vuoi comprare i biscotti per la colazione, non ti troverai a scorrere lo scaffale tipo alimentari sotto casa, ma ti sentirai in imbarazzo davanti alle infinite distese di brand gastronomici dei vari Carrefour, Panorama, Auchan, ecc… Così, se il tuo televisore non è dotato di decoder per il digitale terrestre e decidi di acquistarne uno nuovo al centro commerciale, non sarà il proprietario di un negozietto di elettrodomestici a servirti, ma un addetto alle vendite sulla cui t-shirt potrai leggere nomi quali MediaWorld, Trony o Saturn.

Negli ultimi anni  i centri commerciali sono diventati dei veri e propri luoghi di aggregazione, un punto di ritrovo per compagnie di amici, famiglie e perfino per appuntamenti galanti. Ne sono sorti di nuovi e immensi nelle periferie delle città che hanno visto crescere l’urbanizzazione nell’ultima decade. Se abitate nella periferia est di Roma, nel nuovo quartiere di Tor Vergata ad esempio, e avete voglia di fare quattro passi per vedere qualche vetrina, siete obbligati a recarvi per forza in un centro commerciale, perché i pochi negozi esistenti si limitano per la stragrande maggioranza a bar, solarium, uffici immobiliari e, se proprio vi dice bene con la zona, qualche gelateria o pasticceria. In effetti, nessun imprenditore con un po’ di sale in zucca si sognerebbe di aprire un negozio di abbigliamento a due passi da giganti come Decathlon o H&M o Oviesse. Ne sanno qualcosa i cittadini che a Roma abitano nell’ottavo Municipio a Ponte di Nona, dove hanno costruito case in abbondanza, ma negozi ne hanno aperti veramente pochi, visto che a due minuti di macchina si raggiunge l’immenso Centro Commerciale di Roma Est.

Così succede che lo shopping diventa un fatto sociale. Una volta c’era la massaia che andava in ciabatte e vestaglia dal “pizzicagnolo” sotto casa per comprare l’ingrediente che aveva dimenticato o il ragazzo in pantaloncini e maglietta macchiata spedito controvoglia dal padre alla Ferramenta a comprare una chiave del 16 “prima che si allaga tutto il bagno”. Ai giorni nostri l’atto dell’acquisto è più una questione di passerella. Ci si ritrova tutti quanti all’interno dei corridoi refrigerati e chiassosi dei centri commerciali, vestiti all’ultima moda, capelli acconciati dal parrucchiere, sorriso smagliante delle grandi occasioni, guardando e giudicando gli altri avventori: “quello è troppo alto”, “quella è vestita male”, “quello ha un telefonino vecchissimo”, “quella è troppo grassa”! Si passano giornate intere a girare e rigirare tra quei corridoi che esplodono di luci e colori, voci e suoni ammiccanti, magari senza comprare niente o solo per acquistare un litro di latte, perché i prezzi sono alti e non è ancora stagione di saldi. E si, perché ormai sono i centri commerciali che determinano il valore intrinseco di un bene in vendita. Se restiamo inebetiti davanti al volantino del nuovo televisore della Sony, schermo ultrapiatto, digitale terrestre incorporato, parabola incorporata, frullatore e trapano incorporato, in vendita da Trony, MediaWorld ed Eldo ad un costo rispettivamente di 1200, 1205, 1199 euro, non ci viene nemmeno in mente di andare a confrontarne il prezzo con quello esposto nel negozio di elettrodomestici del signor Antonio, dove i nostri genitori venti anni fa hanno comprato il loro primo videoregistratore, a due passi da casa. Invece saltiamo in macchina e ci dirigiamo verso uno di questi “mostri commerciali”, magari in quello dove il televisore costa “solo” 1199 euro, perché ci crediamo più furbi del sistema. E invece il sistema ci ha fregato ancora una volta. Perché il signor Antonio lo stesso televisore lo vende a 890 euro, visto che non fa prezzo di cartello come i grandi distributori. Ma ovviamente noi questo non lo sapremo mai, perché al signor Antonio gli affari non vanno più tanto bene, come negli anni ’90, e non ha soldi da investire in volantini pubblicitari. Così l’unico modo che abbiamo per conoscere i suoi prezzi è che, anche solo per un giorno, riacquistassimo un minimo di coscienza e lungimiranza e, magari con i pantaloni macchiati e i capelli un po’ spettinati, andassimo a farci una passeggiata per le strade dove da bambini ci sbucciavamo sempre le ginocchia, giocando a pallone con i barattoli a fare da pali.


72 o 300 dpi?

In Grafica, Internet || il

In un precedente articolo (clicca qui se vuoi leggerlo in una nuova finestra del browser) ho segnalato qualche sito dove fare provvista di immagini e foto di buona qualità senza mettere mano al portafoglio. In questa sede affrontiamo invece il dilemma che affligge i neofiti della grafica: quanto deve essere grande la foto per inserirla nel mio sito-brochure-biglietto da visita-volantino-ecc…????

Cominciamo con l’illustrare le caratteristiche che può avere un file di immagine. Se dalla nostra directory di windows clicchiamo col tasto destro del mouse sul file, comparirà il menu contestuale con le varie azioni che possiamo eseguire su di esso. In fondo alle opzioni andiamo a cliccare su “Proprietà”. Si aprirà una maschera simile a quella riportata nella figura 1.

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Se clicchiamo in alto su Riepilogo e poi in basso a destra su Avanzate, accederemo ad una maschera illustrativa delle caratteristiche del file di immagine, come mostrato nella figura 2.

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Partiamo con le spiegazioni:

1) Larghezza e Altezza sono le dimensioni del file espresse in pixel. Su un monitor tutto ciò che vediamo è rappresentato tramite dei piccolissimi puntini non percettibili dall’occhio umano. Così, mentre stiamo guardando una linea retta, in realtà stiamo contemplando una fila di minuscoli oggetti puntiformi, talmente microscopici da apparirci fusi in un’unica immagine. Per fare un esempio, se il vostro monitor è impostato su una risoluzione di 800X600 e voi cercate di visualizzare la foto del vostro cane appena scaricata dalla macchina fotografica digitale ad una risoluzione di 2000X3500, automaticamente il reader di immagini che state utilizzando dovrà inserirvi delle barre di scorrimento nella finestra di visualizzazione, perché l’immagine è composta da molti più pixel di quelli che visualizzate in quel momento col vostro monitor. Ovviamente “pixel maggiori” equivale a “qualità d’immagine migliore”. Un esempio di come lavorano i pixel è possibile vederlo qui sotto (3) dove la sezione di una foto è stata ingrandita, rivelando i “quadrati” che costituiscono l’immagine e che non sono percepibili dal nostro occhio a dimensioni reali ( in questo caso 72 dpi )

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2)La Risoluzione Orizzontale e quella Verticale ci indicano la qualità dell’immagine. Anche in questo caso la qualità è espressa in pixel, ma rapportati ad un’altra unità di misura, di solito i pollici. La foto 3, che è stata salvata per il web, ha una risoluzione di 72 pixel per pollice. Quindi questo valore ci restituisce una informazione importantissima ai fini del supporto finale sul quale verrà visualizzata l’immagine. Ci indica la densità di pixel su una dimensione lineare. Ogni dispositivo ha una propria risoluzione, quella del monitor è di 72 pixel per pollice ( abbreviato in DPI), quella della stampante digitale del tipografo di 300 pixel per pollice, mentre le pellicole fotografiche viaggiano oltre i 3000 dpi. Detto questo, appare lampante che, se devo portare a stampare i miei biglietti da visita alla tipografia sotto casa, non posso presentarmi lì con un file di 72 dpi,  a meno che non abbia voglia di farmi biasimare dall’addetto alla stampa.

3)La Profondità espressa in bit ci indica la quantità di bit necessari per rappresentare il colore di un singolo pixel in un’immagine bitmap (fonte: wikipedia). Il computer elabora ogni dato attraverso impulsi elettrici, attribuendo a 0 (zero)  il “non impulso” e a 1 (uno)  “l’impulso”. Questa coppia di valori o1 è detta appunto bit che sta per binay digit. Questo significa che le immagini con un numero di bit elevato avranno maggiori possibilità di rappresentare fedelmente la realtà, perché aumentano i colori a disposizione per elaborare ogni singolo pixel di quella immagine.

Queste appena esposte sono le informazioni più importanti che ci occorre considerare prima di utilizzare una immagine scaricata da internet o da un supporto esterno. L’accorgimento finale, usando magari un programma di elaborazione di immagini come Photoshop, è quello di settare il nuovo documento in:

Pixel, 72 dpi e profilo colore RGB per immagini che dovranno essere visualizzate su un monitor.

Centimetri, 300 dpi, profilo colore CMYK per immagini che sono destinate alla stampa professionale.

Le foto seguenti illustrano la schermata di Photoshop nelle impostazioni di un nuovo documento destinato al web (foto 4) e uno destinato alla stampa (foto 5)

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Concludo con una piccola spiegazione sui colori. Mentre il profilo di visualizzazione colore del monitor si basa sulla tricromia (RGB), quello per la stampa si avvale della quadricromia ( CMYK, rispettivamente Ciano, Magenta, Giallo e Nero). La tricromia lavora per addizione di colore. Unendo i tre colori con la loro massima intensità si ottiene infatti il bianco. Al contrario la  quadricromia lavora per sottrazione di colore. Se si mescolano insieme le massime intensità dei quattro colori, si ottiene un colore scuro chiamato Bistro, anche se a livello didattico possiamo dire che si ottiene il nero, in contrapposizione al bianco della tricromia.


La causa delle stagioni

In Stelle e Universo || il

Da bambino credevo che il passaggio dai periodi caldi ai periodi freddi dell’anno dipendesse dal moto di rivoluzione della terra. Effettivamente è così, ma non immaginavo che l’altra causa, fondamentale tra l’altro, fosse l’inclinazione dell’asse terrestre. Ingenuamente ritenevo che l’orbita ellittica della terra intorno al sole fosse la sola responsabile del fenomeno ciclico delle stagioni: quando il nostro pianeta era al perielio noi andavamo al mare e viceversa quando era all’afelio ci mettevamo i cappotti. La mia teoria non poteva essere più lontano dalla realtà, ma questo l’ho scoperto solo successivamente. Adesso siamo grandi e vaccinati, quindi cerchiamo di capire come funziona in realtà questo ciclico evento astronomico che ci obbliga a rivoluzionare il contenuto degli armadi due volte l’anno!

Prima di tutto dobbiamo cominciare a familiarizzare con alcuni concetti fondamentali:

_moto di rivoluzione terrestre: come ben sappiamo, o si spera sia così, il nostro amato pianeta non sta fermo nell’universo silenzioso, ma compie dei movimenti ben precisi. Uno di questi consiste nello girare intorno al sole, ad una velocità di circa 30 km/s. Per compiere un giro completo la terra impiega circa 365 giorni e 6 ore , più una manciata di minuti ( 9 minuti e 9 secondi, se proprio vogliamo essere rigorosi ). Questo periodo di tempo è chiamato anno siderale, in contrapposizione all’anno tropico ( di durata leggermente inferiore rispetto all’anno siderale ma non costante a causa della precessione degli equinozi e della presenza di altre masse stellari che interferiscono con il movimento di rivoluzione terrestre. ). Il nostro calendario è basato sull’anno tropico.

 

_asse terrestre: se osserviamo il cielo notturno dalle finestre di casa nostra, sembra che le stelle e gli altri corpi celesti si muovano in una precisa direzione: da est verso ovest. Questo ad esempio è anche il cammino del sole sulle nostre teste nell’arco della giornata. Sorge ad est ( il Giappone è appunto chiamato da noi occidentali ” Paese del Sol Levante”) e tramonta nella direzione opposta al punto di osservazione iniziale. La realtà è ben diversa. Le stelle sono immobili ( non è proprio così, ma il loro movimento è irrilevante in questa spiegazione, quindi diremo che sono fisse nel cielo ) e la terra ruota su se stessa da ovest ad est, dando l’illusione ottica del movimento degli astri nella direzione opposta, perché non ci accorgiamo del nostro “girare” su noi stessi. L’asse terrestre è appunto quella linea che passa per i due poli del nostro pianeta ( Polo Sud e Polo Nord ) e che rappresenta il centro della rotazione del pianeta.

_rotazione terrestre: un altro movimento caratteristico dei corpi celesti è quello della rotazione intorno al proprio asse. La Terra oltre a girare intorno al sole gira ( come già descritto ) anche su se stessa, come una trottola. Compie un giro completo in circa 24 ore, muovendosi da ovest verso est ad una velocità di circa 1.668 km/h. Questa velocità si riferisce all’equatore terrestre, perché in corrispondenza dei poli ( che coincidono con la linea dell’asse ) la rotazione è praticamente nulla. Dalla rotazione deriva una forza centrifuga che è inesistente ai poli ed estrema all’equatore. Questa forza è tra l’altro responsabile della particolare forma del nostro pianeta: schiacciato ai poli, con rigonfiamento in corrispondenza dell’equatore, rendendolo simile ad uno sferoide oblato, sebbene venga definito geoide.

Adesso che, si spera,  abbiamo compreso questi tre concetti fondamentali andiamo ad illustrare come si combinano insieme per determinare il trascorrere delle stagioni. Abbiamo detto che la terra gira intorno al proprio asse e intorno al sole. Il movimento di rivoluzione intorno alla nostra stella viene definita eclittica e rappresenta il movimento apparente del Sole nel nostro cielo. Ora bisogna considerare che l’asse terrestre non è perpendicolare al piano dell’eclittica, ma ha una inclinazione che varia dai 22,5° ai 24,5° con un periodo di circa 41000 anni ( per la cronaca adesso ci troviamo a 23°27′ ). Nella foto (1) è illustrata approssimativamente tutta la situazione appena descritta.

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Come vediamo dall’illustrazione e come ci hanno insegnato a scuola, l’equatore taglia letteralmente in due parti il nostro pianeta, dividendolo in due emisferi: quello boreale ( a Nord dell’equatore ) e quello australe ( a Sud dell’equatore ). Ora dobbiamo visualizzare il nostro pianeta che gira intorno al sole, mantenendo sempre la medesima inclinazione dell’asse…vi aiuto con un’altra illustrazione (2) dove le stagioni sono segnalate in relazione all’emisfero Nord.

Rivoluzione Terrestre

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Come potete osservare, l’inclinazione dell’asse del pianeta va a mutare l’angolo di incidenza dei raggi solari sulla superficie terrestre. Così, quando nell’emisfero Boreale (Nord) ci troviamo in Estate i raggi del sole raggiungono la Terra con maggiore inclinazione rispetto alla linea dell’orizzonte, con conseguente irraggiamento di tutto l’emisfero e della sua atmosfera. Per contro, nello stesso periodo dell’anno l’emisfero Australe (Sud) viene colpito dai raggi solari con una inclinazione minore rispetto alla linea dell’orizzonte e tutto l’emisfero viene irraggiato con minore intensità, determinando la stagione invernale. Ovviamente, nelle regioni Equatoriali del pianeta il clima sarà sempre caratterizzato da una temperatura elevata, in quanto i raggi solari ne colpiscono la superficie con una inclinazione vicina alla verticale o comunque perpendicolare.

Per curiosità, all’inizio dell’articolo parlavo del perielio ( la terra è ad una distanza minima dal Sole nella sua Rivoluzione ) e dell’afelio ( la terra è alla distanza massima dal sole ). E’ interessante notare come il perielio si verifichi nel mese di Gennaio, quando da noi (emisfero Boreale-Nord) è pieno inverno, mentre l’afelio capiti nel mese di Luglio, quando da noi è estate…Questo a riprova che la variazione periodica della distanza della Terra dal sole non determina affatto il susseguirsi delle stagioni!!

**Attenzione: le illustrazioni sono puramente esplicative e servono unicamente a facilitare la comprensione dei concetti espressi. Non vi è nessuna accuratezza geometrica-astronomica-fisica nei disegni, ad esempio nella figura 2 il sole e la terra non sono chiaramente in scala!!!!


Siti Web che offrono immagini gratis

In Internet || il

Limone

Limone

Uno dei problemi classici da affrontare quando si vuole realizzare un sito web o altra creazione grafica è quello relativo al reperimento di immagini adatte e, soprattutto, royalty-free. Per molti royalty-free è sinonimo di “a gratis”, “senza spenne un sordo ( questo per i web designers di Roma e dintorni )” e altre locuzioni dal concetto simile. Effettivamente il suddetto termine significa semplicemente che si è liberi di utilizzare una risorsa con delle precise limitazioni e non è detto che sia proprio gratis.

Se proprio non si vogliono spendere soldi, ma neanche due euro che siano proprio due, internet ci viene incontro con una miriade di siti che ci offrono la possibilità di prelevare gratuitamente immagini e foto ad alta risoluzione, a fronte di una semplice registrazione: quella solita dove per capirci devi farti assegnare il solito username e la password da te scelta.

Personalmente io utilizzo sempre e solo lo stesso sito di immagini, ma ogni tanto sconfino in nuovi territori virtuali e, considerata la mia squisita bontà e nobiltà d’animo, ho deciso di condividerli con i lettori del blog.

Allora, carta e penna alla mano ( si fa per dire ), che si comincia:

1) STOCK.XCHNG

Un sito ben organizzato e ricchissimo di risorse. Le immagini sono divise in una quindicina di categorie principali e un centinaio di sotto categorie (forse di più). Una considerevole percentuale di foto sono di dimensioni colossali ( 2500 px X 3000 px, per fare un esempio ) con risoluzione a 300 dpi, quindi ottime anche per la stampa. Oltre che permettere il download i gestori del sito promuovono l’upload delle proprie immagini da parte degli utenti…E in questo modo il database lievita. Tutte i files vengono rilasciati con la stessa licenza: puoi utilizzarli per fini privati o commerciali, ma non puoi rivenderli o ridistribuirli in alcun modo. Alcuni utenti gradiscono essere informati via mail, quando una loro immagine finisce in un tuo lavoro. Personalmente ho sempre avvisato l’autore, quando ce n’è stato il bisogno, ma non mi ricordo di essere mai stato ricontattato!!

Personalissimo voto a Stock.xchng: 9 (c’è quasi tutto quello che ti serve!!)

2) IMAGE*AFTER

Il sito più brutto che abbia mai visto, lasciatemelo dire! Sono anni che lo conosco e la grafica è rimasta sempre la stessa, a parte qualche lieve modifica. Comunque anche qui possiamo trovare tantissime foto e immagini ad alta risoluzione, utilizzabili per i più disparati motivi. Un aspetto che trovo molto pratico di questo sito è che puoi visualizzare pagine con più di 300 miniature espandibili al passaggio del mouse. Comodo per cercare la foto giusta senza dover caricare troppe pagine una dietro l’altra. I tempi di attesa per il caricamento delle thumbnails sono bassissimi e anche il caricamento delle immagini a dimensione reale è molto veloce ( certo che se usate una connessione a 56k…!!!) La qualità delle foto non è sempre ottima e anche la scelta dei soggetti lascia un po’ perplessi, ma, considerando che è gratis e che non occorre nemmeno la registrazione, dobbiamo ammettere che anche Image*After è un’ottima risorsa!

Personalissimo voto a Image*After: 7 (chi si accontenta gode!!)

3)VECTEEZY

Ottimo sito che offre risorse vettoriali di eccellente qualità. Tutte le immagini possono essere utilizzate per lavori personali o commerciali. La maggior parte dei file scaricabili sono in formato .ai ( Adobe Illustrator ) o .eps ( per aprirlo vi occorre un programma come Gimp o sempre il classico Illustrator, ma anche Photoshop, insomma ampia scelta ). Il motore di ricerca interno è molto veloce e funzionale; se cercate qualcosa e non lo trovate, allora non c’è.

Personalissimo voto a Vecteezy: 8 (non c’è male!!)

OPENCLIPART

Questo sito, come si evince dal nome, offre una quantità considerevole di clipart in formato vettoriale. Il database delle immagini è davvero ampio e c’è una opzione di download che permette di scaricare tutti i files presenti in archivio in un unico file .zip ( ve lo sconsiglio, sono tantissimi files e si impalla sempre la directory di windows, quando provi ad aprirla ). Il formato utilizzato è SVG che le ultime versioni di Illustrator e Corel Draw gestiscono senza problemi, anche se consiglio di utilizzare un programma come Inkscape, che supporta nativamente l’svg ed è open source. L’unica nota dolente di questo sito web è che la ricerca è lentissima. Non ci sono miniature e devi cliccare sul nome del file per aprirlo in una nuova pagina del browser in un formato raster, di solito png.

Personalissimo voto a Openclipart: 8 (armatevi di Santa pazienza!!)

Personalmente, come dicevo prima, non amo molto saltare da un sito all’altro per cercare l’immagine giusta. I motivi sono due:

1. Il tempo; i siti che offrono immagini gratis sono tantissimi e si rischia di rimanere impantanati per ore, rimbalzando da un link all’altro, senza trovare niente che ci soddisfi.

2. La praticità; se dopo un’ora non ho trovato la foto o l’illustrazione che mi serve, vuol dire che sto cercando qualcosa di veramente particolare. In questo caso metto mano alla carta di credito e investo sconsideratamente 5 o 10 euro nell’acquisto di una foto a pagamento da un sito commerciale. Vi assicuro che andando a scartabellare tra le eccellenti foto di istockphoto (tanto per citarne uno) è difficile non trovare quella che ci soddisfi.


disSocial Network

In Internet || il

moon
Funziona così: ti colleghi, leggi una notizia che ti colpisce, la diffondi rigirandola ad amici e conoscenti e la commenti con entusiasmo!

E’ tutto fantastico, peccato che tu non abbia pensato anche solo lontanamente a controllare se la notizia fosse vera. Così succede che sul Social Network più in voga del momento nascano gruppi di appassionati che si danno appuntamenti improbabili per assistere al verificarsi di un evento “impossibile”.

La notizia in questione è la stessa che spopola ormai da qualche anno. Originariamente te la beccavi via email, ma adesso c’è Facebook e il gioco si semplifica. E’ sufficiente infatti creare un gruppo o un evento e buttare lì l’informazione: il 27 agosto Marte sarà grande e visibile nel cielo come la Luna.

E via con le catene di click in una insana condivisione sui propri profili di una notizia che ha dell’allucinante. In molti si davano appuntamento, lasciando messaggi sulle bacheche degli amici. ” Allora, facciamo a casa tua che hai il giardino e si vede bene ” oppure ” Siamo già una ventina, ci mettiamo sul terrazzo e brindiamo all’evento. La macchina fotografica la porto io “…

Ovviamente ( e fortunatamente ) ad un certo punto qualcuno meglio informato si è preso la briga di smentire categoricamente la notizia, gettando nello sconforto quanti avevano già organizzato delle feste a tema o semplici cene con gli amici più intimi.

Che la notizia fosse sospetta bisognava capirlo già da subito, senza bisogno di essere provetti astronomi. Ad esempio lo sanno anche i bambini delle elementari che la Luna esercita una discreta forza di attrazione gravitazionale sul nostro pianeta, tale per cui vengono influenzate le maree; cosa accadrebbe quindi se un pianeta come Marte ( leggermente più grande della Luna, vero!!!!”) arrivasse così vicino alla Terra da essere visto grande come il nostro satellite? Meglio non scoprirlo, fidatevi…Verrebbe messo in discussione l’equilibrio del sistema solare!

Per le spiegazioni scientifiche e i dettagli della ” Bufala Marziana “, come è stata chiamata, vi rimando ad altri siti, ma è interessante notare come per molta, forse troppa, gente una notizia letta su Facebook o arrivata via mail, magari rigirata da un amico o da un collega di lavoro, venga presa per buona senza nemmeno soffermarsi a riflettere sui dettagli ovvi. Eppure Internet stesso ci fornisce gli strumenti per verificare in prima persona l’attendibilità di una notizia. Basta prendersi cinque minuti di tempo e fare una ricerca veloce con l’amico google per togliersi il dubbio o semplicemente per farselo venire. Questo non significa che bisogna fare le pulci ad ogni informazione che ci arriva o dubitare di tutto a priori, ma semplicemente mantenere la mente accettabilmente aperta e sveglia da far suonare un campanellino quando le notizie che ci giungono alle orecchie sembrano davvero importanti o eclatanti. Pensate ad esempio che grave danno per la scienza medica se il signor Fleming non si fosse fatto venire lo scrupolo di indagare sulle cause che impedivano ai suoi batteri di proliferare in presenza di un determinato tipo di muffa.

Meglio un dubbio oggi che un batterio domani!


Open Source vs Software House

In Internet || il

war_major
Diciamocelo chiaramente: risparmiare soldi fa piacere a tutti. Se una cosa possiamo procurarcela gratis, è come se la avessimo ottenuta doppia. Internet è il luogo ideale per soddisfare questa nostra esigenza di “risparmio”!

Quando si affronta il tema del “gratis” in relazione al mondo di internet, poche persone hanno la reale percezione della portata di questa affermazione. Per lo più si pensa alle suonerie per il cellulare, agli sfondi per il desktop, a qualche riproduttore multimediale, ma niente di più. Molti associano alla parola gratis i film o la musica protetti da copyright che vengono scaricati ogni secondo attraverso i programmi di file sharing, anche se qui bisognerebbe aprire una parentesi sul significato di alcune parole quali: pirateria, legalità, proprietà intellettuale, diritti d’autore, ecc…

Pochi, molto pochi, sono quelli che conoscono la sostanziosa realtà che ruota attorno al mondo del gratuito in internet: utility, giochi, sistemi operativi, software gestionali, database e molto, molto altro ancora.  Dietro tutta questa vastità di offerte c’è un progetto molto interessante: l’Open Source…

Open Source significa letteralmente “sorgente aperto” e funziona in questo modo. Uno sviluppatore o un gruppo di sviluppatori danno vita ad un software ( un gioco, un database, un antivirus, ecc… ) e danno la possibilità a chiunque altro di apportare modifiche e miglioramenti in numero indefinito, permettendo al software stesso di arricchirsi in maniera incredibile. Questa collaborazione permette di raggiungere standard qualitativi altissimi e di sfornare software costantemente aggiornati, utilizzabili su qualsiasi sistema operativo ( Windows, Linux, Mac Os, ecc… ) e fruibili gratuitamente da chiunque. Esempi di progetti open source più famosi sono: Mozilla Firefox, Open Office, 7-zip, Joomla, WordPress, Inkscape, Blender, VirtualDub, Google Chrome…!

Ovviamente tutti questi software sono soggetti a specifiche licenze d’uso che tuttavia non ne limitano la distribuzione e l’implementazione da parte di volenterosi programmatori in tutto il mondo, permettendo a questi software di competere senza sfigurare con i loro fratelli generati dalle software house. E’ il caso di dire che molte volte un progetto open source o di software libero ( il software libero è un progetto molto simile all’open source, incentrato sulla libertà dell’utente oltre che sulla fruibilità del codice sorgente ), danno parecchio filo da torcere ai concorrenti “a apagamento”. Fermiamoci un attimo a riflettere, ad esempio, su due dei principali programmi di navigazione in internet: Internet Explorer e Mozilla Firefox. Per anni la Microsoft ha monopolizzato il panorama dei browser web, annichilendo la concorrenza. A tutt’oggi detiente circa il 60% del mercato, ma negli ultimi anni si è vista rapidamente “scippare” una quantità consistente di utenti proprio da Firefox ( circa il 20%, quindi 1 navigatore internet su 5 ). Uno dei motivi principali è che Firefox è distribuito in Multipiattaforma e questo lo pone decisamente in una condizione di vantaggio rispetto ad Explorer che gira soltanto su sistemi operativi Windows. Firefox è disponibile sia per Windows che per Linux, ma anche per Mac OsX e generalmente per tutti i sistemi operativi Unix-like.

Come si comportano le software house per arginare il fenomeno dell’open source? In linea di massima stanno alzando gli standard qualitativi dei loro prodotti, cercando di arginare tutte quelle pecche che inevitabilmente vengono fuori quando si parla di “programma per il computer”. Un bug ( un errore nella scrittura del codice del programma che genera problemi in fase di esecuzione ) in un programma a pagamento costringe infatti gli sviluppatori a rilasciare ulteriori programmi ( di solito scaricabili gratuitamente dai siti web ufficiali ) per risolvere il problema. Un caso per tutti sono i service pack di windows, tanto per rimanere in ambito di sistemi operativi. Il Service Pack 2 di Win xp andavava a risolvere un gran numero di pecche a livello di sicurezza oltre che ad implementare il sistema operativi con ulteriori funzioni. Ovviamente tutto questo si trasforma in disagio per l’utente che, dopo aver speso dei soldi ( a volte anche tanti ), si ritrova con un prodotto che non è perfetto. Un po’ come se, dopo aver acquistato la macchina nuova, il concessionario ci chiami periodicamente per avvertirci di passare in officina a sistemare prima il motore che perde olio, poi il servosterzo che funziona male, poi l’impianto elettrico che manda in corto lo stereo, ecc… Ovvio che ad un certo punto, se non proprio alla prima chiamata, siamo tentati di mandare a quel paese il concessionario e a domandarci che senso ha avuto spendere dei soldi per qualcosa che funziona male. Purtroppo le software house non dispongono del sistema di test del prodotto che può vantare un programma open source, dove migliaia o milioni di utenti esperti e non inviano segnalazioni continue in merito a miglioramenti o malfunzionamenti del software. In ultima analisi c’è anche da ricordare che spesso le versioni successive e gli upgrade dei programmi a pagamento sono soggetti ad un prezzo, troppo spesso molto vicino a quello di acquisto del programma. Un esempio emblematico sono gli Antivirus. Un buon software di protezione del pc ha un costo di circa 50 euro ( Kaspersky o McAfee o Panda ad esempio ) o anche meno e garantisce aggiornamenti dei database per la durata di 12 mesi. Trascorso tale periodo siamo costretti ad acquistare nuovamente l’abbonamento per altri 12 mesi, scoprendo spesso che ha lo stesso costo del software acquistato l’anno precedente. Tutto questo fa arricciare il naso, visto che il software uno già lo possiede non si capisce perché si debba pagare per tenerlo attivo per più di 12 mesi, costringendo il cliente ad acquistare di fatto lo stesso prodotto ogni anno.

In conclusione e tirate le somme, possiamo dire che i programmi Liberi spesso non hanno nulla da invidiare ai loro fratelli a pagamento, anche se questi ultimi detengono ancora degli standard qualitativi a volte superiori. Ciò che è certo è che il mondo dell’Open Source e del Software Libero è in espansione ciclopica, basta farsi un giro su SourgeForge per scoprire che si può utilizzare un computer e tutte le applicazioni possibili senza spendere un solo centesimo, partendo dal sistema operativo fino ad arrivare al gestionale per catalogare i propri libri… e il tutto ad una qualità eccezionale e con un supporto tecnico vastissimo, offerto da community di sviluppatori e semplici appassionati.

E’ il caso di dire: Aprite la mente e chiudete le tasche!!!!


Le lacrime di Sant’Euplio

In Stelle e Universo || il

comet
Le bizzarrie delle leggi fisiche non lasciano in pace nemmeno i Santi. E’ proprio il caso di dirlo.

Intorno al 40 d.C. in Cina qualche Erudito della Volta Celeste fece delle osservazioni interessanti su quello che i moderni astronomi chiamano oggi ” Sciame Meteorico “. In breve funziona così: una cometa attraversa i nostri cieli in un dato momento e si lascia dietro una quantità indefinita di “detriti”. Più tardi il nostro Pianeta attraversa la sua rotta e la sua atmosfera viene bombardata da tutti questi residui vaganti. Il tutto avviene ad una velocità molto elevata, tra gli 11 e i 70 km/s. Come tutti sanno, o dovrebbero sapere, quando un meteoroide ( lo so, sembra dispregiativo, ma non lo è!! ) viene a contatto con l’atmosfera della Terra, il suo corpo si riscalda fino a temperature altissime ed inizia a rilasciare grandi quantità di materia fusa dietro di sé.  A questo punto gli atomi della meteora  e le molecole atmosferiche si ionizzano e, comodamente sprofondati nella nostra sedia a sdraio preferita, dal giardino di casa nostra noi assistiamo al classico spettacolo della “stella cadente”. La scia che vediamo mentre esprimiamo il desiderio non è altro che il gas liberato dalle alte temperature ( la spiegazione toglie tutto il romanticismo, lo ammetto! ).

Ma torniamo ai Cinesi. Precisamente nel 36 d.C. osservarono lo sciame meteorico che in tempi più recenti abbiamo imparato a chiamare “Perseidi”, in quanto il punto dal quale sembrano provenire tutte le scie è collocato all’interno della costellazione di Perseo.  Esso è visibile da luglio ad agosto e raggiungeva il suo apice di avvistamenti esattamente il 10 di agosto. Per questo motivo si è associato l’evento astronomico con il Santo patrono dei bibliotecari. Del resto anche il Pascoli scriveva:

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla…

nella sua poesia X Agosto, associando la pioggia di meteore alle lacrime del Santo.

Effettivamente siamo tutti convinti che la notte ideale per vedere le “stelle cadenti” sia quella del 10 agosto e anche il buon Lorenzo ne era orgoglioso, almeno fino a poco tempo fa. Non fosse per un piccolo inconveniente “fisico” che forse nemmeno il Santo poteva prevedere. Questo dispettoso fenomeno chiamato ” precessione”, che  fa cambiare in modo lento ma continuo l’orientamento dell’asse di rotazione terrestre rispetto alla sfera ideale delle stelle fisse, ha infatti fatto slittare di due giorni la notte ideale per vedere la più alta concentrazione di stelle cadenti del periodo estivo. Così adesso non sono più le lacrime di Lorenzo che vediamo scintillare nei cieli afosi e bui di agosto, ma quelle di Euplio, che viene festeggiato proprio il 12 di agosto.

E’ proprio il caso di dire che nemmeno i Santi possono stare tranquilli!